Religioni in Africa

Le religioni tradizionali africane sono le credenze religiose originatesi e sviluppatesi nel continente africano. Anche se le religioni abramitiche e in particolare il Cristianesimo e l'Islam hanno in molti casi rimpiazzato le religioni tradizionali in epoche più o meno recenti, si stima che 100 milioni di africani, pari a circa il 10% della popolazione totale, professino ancora tali credenze, senza contare l'elevato grado di sincretismo che spesso fonde elementi tradizionali con i nuovi culti.

Le religioni africane sono un argomento multiforme nelle loro manifestazioni ed anche nella loro evoluzione storica, pur restringendo il campo alla sola regione a sud del Sahara, che esclude quindi i territori in passato coperti dalla religione egizia, cartaginese e berbera.

Le difficoltà nello studio dei miti e delle religioni subsahariane.

La barriera sahariana.

Il continente africano, seppur geograficamente compatto, presenta una barriera non indifferente nel deserto del Sahara, per cui gli africanisti considerano una zona maggiormente omogenea a sud di questo deserto, nonostante a sua volta tale area non presenti una popolazione uniforme: vi abitano da migliaia di anni popoli completamente diversi, senza considerare le differenze linguisticheantropologiche e, appunto, religiose.

La documentazione.

La ricerca sulle religioni dell'Africa subsahariana è ostacolata da una penuria di documenti e testimonianze storiche, causata dalla tradizione orale tipica della zona. Tale tradizione restituisce molto materiale al riguardo, spesso non tralasciando minuziosi particolari, ma ha il notevole inconveniente di non riuscire a delineare l'evoluzione religiosa nel tempo.

Fanno eccezione per il passato le relazioni degli esploratori medievali arabi sul Sudan, ed andando ancora più a ritroso, i monumenti preistorici, anche se tombe dotate di ricco corredo funebre rappresentino un'eccezione nell'Africa tropicale. Le raffigurazioni rupestri, particolarmente diffuse, offrono utili elementi per lo studio delle religioni, ma nell'ordine di ipotesi che spesso trovano discordanza di pareri tra gli studiosi.

Il concetto di religione.

Considerando i fenomeni religiosi rintracciabili nell'Africa tropicale, la miglior definizione di religione è quella data da Gerardus van der Leeuw: "il rapporto con una entità sovrastante". Da tale definizione risultano precisate due caratteristiche sostanziali del fenomeno religioso quali:

  • L'esistenza di una entità superiore all'individuo, nei cui confronti questi è pressoché un oggetto
  • L'entità non è a sé stante, poiché l'individuo ha con essa rapporti, siano positivi o negativi.

Inoltre sono rappresentati sia l'elemento passivo che quello attivo, ovvero l'esperienza che l'individuo fa dell'entità sovrastante, ed il comportamento verso quest'ultima.

Le religioni naturistiche ed i loro fenomeni.

Il rapporto tra individuo ed entità.

Nell'Africa tropicale si trovano esclusivamente religioni autoctone di tipo naturistico, ovvero professate da popoli allo stato di natura, ciò non significa l'assenza di incivilimento e di capacità di padroneggiare la vita del mondo circostante. Ciò che distingue principalmente l'uomo allo stato di natura è il suo vivere il mondo che lo circonda come suo intimo componente, considerando inscindibili i concetti di trascendente ed immanente.

Tali credenze spiegano le difficoltà umane, come morte, malattia, siccità, carestia, sfortuna. La ricerca della comprensione di tali fenomeni, sin dalla preistoria, pur avvalendosi del nesso fra causa ed effetto, non tiene conto del concetto di causalità, e pone l'entità sovrastante, a cui si sente legato, sul piano religioso. Questa entità non si manifesta marginalmente ma incombe sull'uomo ed è comprensibile che egli, per il suo istinto di autoconservazione, non la subisca passivamente, e cerchi di difendere la sua vita terrena, ma anche ultraterrena, in quanto solitamente le due esistenze vengono immaginate quali non nettamente distinte.

L'entità sovrastante non personificata.

Nelle religioni dell'Africa tropicale, le forze che circondano l'uomo non vengono mai considerate qualche cosa di naturale: il movimento del cielo, l'alternanza delle stagioni, sono emanazioni di una forza che è presente dappertutto e che agisce secondo determinate leggi. Dato che tale forza ha di solito carattere magico, è possibile tenerla sotto controllo e persino padroneggiarla, conoscendone le leggi e le regole per indirizzarla nella giusta direzione.

Tali forze hanno concentrazioni particolari, come ad esempio nelle sostanze espulse dal corpo. In tal senso il sangue è una sostanza speciale, così come carichi di forza sono creduti i genitali, il cuore ed il fegato. Anche la natura è sede di forze, specialmente le forme organiche come piante ed alberi, e questo concetto a volte è persino espresso nel linguaggio come nel caso delle lingue bantu, nelle quali il concetto di cosa non è differenziato secondo genere grammaticale, bensì in classi tra cui una che individua ciò che è vivente ma non personificato, quindi animato magicamente.

Luoghi in cui è presente una sviluppata vegetazione racchiude quindi forze magiche e così può dirsi anche dell'acqua, la cui forza consiste nel dare refrigerio. Tra gli animali, i portatori di forza sono solitamente coloro che volano e coloro che strisciano. Infine non vanno dimenticati gli uomini, tra cui si distinguono i cosiddetti uomini-medicina e, in alcune zone, anche i capi.

Tra le forze che non hanno base materiale, una tra le più temute nell'Africa tropicale è lo sguardo, temuto quale malocchio non soltanto in Africa, così a persone non invitate è proibito assistere ad un banchetto, in modo che lo sguardo non alteri il cibo. Dello stesso genere sono le forze contenute nei gesti, ed ancora di più nelle parole e nei suoni: l'essere vivente e la parola formano un tutto indissolubile, per questo nell'area è diffusa l'idea che conoscere il nome di un individuo faccia acquistare potere su di lui, a tal punto che molti, nel momento di assumere un lavoro in terra straniera, erano soliti cambiare nome.

Ruolo rilevante assume anche il tempo, per cui ci sono giorni favorevoli per determinate occupazioni: gli Akan del Ghana non coltivano i campi il giovedì, nell'Africa orientale il venerdì è considerato di buon auspicio per la nascita di un bambino.

La determinazione di queste forze in genere è determinata da ciò che è fuori dall'ordinario. Le popolazioni dell'Africa tropicale posseggono uno spiccato senso delle norme senza le quali la vita sociale ed economica sarebbe impensabile, attribuiscono pertanto qualsiasi avvenimento inconsueto, sia esso interno alla società come la nascita di gemelli, o un fenomeno naturale come una prolungata siccità, ad una forza specifica. Parimenti vengono considerati carichi di forza quegli animali che possiedono capacità negate agli uomini come gli uccelli con il volo, o gli animali striscianti per la loro capacità di sparire nel sottosuolo.

Una definizione scientifica di tali forze risulta quindi piuttosto complicato, Ernast Dammann, non volendo rinunciare ad un vocabolo specifico, ritiene dinamismo il più calzante, perché esprime il concetto di energia e di attività che costituisce l'essenza della forza.

L'entità sovrastante personificata.

Anima.

W. Wundt ha fissato la distinzione fra anima vincolata ed anima libera: la prima è la forza connessa ad un determinato organo ed alla sua funzione, si può quindi riconoscere come un'entità sovrastante non personificata.

Solitamente le popolazioni in considerazione ritengono che l'individuo sia formato da vari elementi i quali si separano al momento della morte, di solito sono tre: corpo, forza vitale ed anima, che per i Sotho corrispondono grosso modo a mele (o nama), moea (che significa anche "vento") e seriti. Tra questi tre elementi sussistono rapporti, e l'anima solitamente viene individuata come elemento imperituro, che sopravvive agli altri due elementi. L'anima come è stata definita, non solo è personificata ma indipendente dal corpo, a tal punto che per alcune culture come i Dan, può lasciarlo anche mentre l'individuo è in vita. L'anima spesso viene descritta con aspetto umano o zoomorfo.

Le concezioni sul destino ultraterreno dell'anima sono invece molteplici, e differiscono anche all'interno della stessa tribù, come nel caso dei Kundu del Camerun e le tribù limitrofe: normalmente i defunti si riuniscono con le anime degli antenati nella città sotterranea dei morti, ma chi muore all'improvviso o per ferite, va in cielo. Ma in generale tutte le culture in esame credono nella sopravvivenza dell'anima anche se la forma di tale sopravvivenza va da uno stato pressoché umano a quello di fantasma senza pace, e non viene mai a meno la credenza che tali anime possano lasciare le loro dimore ultraterrene per influire sulla vita degli uomini.

Il destino ultraterreno dell'anima è descritto minuziosamente da molte delle popolazioni dell'Africa subsahariana. In molti casi essa rimane per un certo tempo nei pressi del cadavere, il mondo sotterraneo dove risiedono le anime solitamente dista molto da quello dei vivi e non di rado ve ne è separato da un fiume. In molte di queste culture è persistente l'elemento corporeo dell'anima, come nei Kosi e negli Zulu, per cui l'anima subisce una evoluzione e solo dopo un certo tempo ed un rito appropriato muta in un'autentica anima degli antenati, ed i Chaga che conoscono diverse categorie di spiriti, in base al tempo trascorso dalla morte dell'individuo.

Nell'entrare nel mondo dei defunti, in alcune culture le anime sono sottoposte ad una specie di processo di cui si incaricano gli stessi antenati defunti, i Kosi ritengono che se in giudizio sia negativo, l'anima venga distrutta con il fuoco, in tal senso l'annientamento dell'anima rappresenta la peggior sorte ultraterrena.

L'idea della trasmigrazione dell'anima in un animale non è molto diffusa, la si trova presso i Kung che ritengono il serpente, il varano e l'antilope maschio sedi delle anime dei morti. Nell'Africa occidentale è diffusa la credenza che i defunti sopravvivano in animali terrestri o acquatici, in modo particolare nel coccodrillo. L'autonomia dell'anima dal corpo pone però il caso, diffuso, della reincarnazione in un altro individuo umano, presso i Kosi chi muore prematuramente si reincarna per tentare nuovamente di diventare un'anima di antenato, mentre per gli Ewe se un'anima soffre troppo nel mondo ultraterreno, viene rimandata sulla terra e sono i sacerdoti che accertano l'identità del neonato in uno dei suoi antenati.

Va infine considerata tra le forme di sopravvivenza dell'anima quella del fantasma, ovvero persone defunte che non sono riuscite ad entrare nel mondo dei defunti per la mancanza di una regolare sepoltura, mentre per i Bergdama i fantasmi sono coloro che in vita sono stati iracondi e maldicenti.

L'importanza della sopravvivenza dell'anima pone in quasi tutte le culture il quesito sulla preesistenza dell'anima, a questo aspetto prestano molta attenzione specialmente le tribù del Burkina Faso e delle coste settentrionali della Guinea, sempre secondo gli Ewe esiste una sorta di paese delle anime governato da una madre degli spiriti che decide chi e quando mandare sulla terra dopo avergli insegnato le regole di comportamento umane, spesso proprio il destino in vita è determinato da quello che è successo precedentemente e nel viaggio dal mondo delle anime al mondo degli esseri umani.

Spirito.

Oltre alle anime dei defunti, vi sono altri esseri che operano invisibili, anche talvolta sono in grado di mostrarsi all'uomo. La loro esatta definizione non è semplice, si può utilizzare anche la parola demone se si intende con essa un numen divinum. La credenza è diffusa in tutta l'Africa subsahariana ed in svariati casi gli spiriti influenzano anche sulla prosperità dei prodotti dei campi, o assumono le funzioni degli spiriti della vegetazione, oppure esercitano benefico influsso su case, villaggi o in ambito di mestieri o classi sociali. Sovente le malattie mentali sono credute opera di spiriti, che si impossessano del corpo e possono essere scacciati solo grazie ad esorcismi.

Riguardo al regno animale, evitando confusioni con il fenomeno del totemismo, ci sono alcuni singoli spiriti che sono associati a determinati animali: fra i Nuer lo spirito Mabith alla giraffa e Nai allo struzzo. A questi alcuni studiosi aggiungono anche i fantasmi anche se sostanzialmente legati ai defunti. Gli spiriti soccorrevoli sono invece solitamente chiusi in tamburi, zucche o panieri e vengono evocati con riti magici per manifestarsi in particolari occasioni in cui esauriscono la loro funzione.

A seconda delle diverse concezioni religiose delle varie cultura, diversa è anche la dimora degli spiriti, in alcuni casi identificati in cielo o in corpi o fenomeni celesti, in altri nel mondo sotterraneo. Possono però anche vivere sulla terra, nella foresta, non sono però legati né al luogo né al tempo, ma godono di una certa ubiquità. Anche se non mancano gli spiriti protettori, vi sono anche quelli che incutono paura e contro i quali l'uomo si premunisce.

L'elemento corporeo è presente anche per gli spiriti, così in swahili gli spiriti rientrano nella stessa classe grammaticale degli esseri umani e presso gli Ashanti è diffusa la credenza di poterli ingannare, come dare il nome di un animale ad un neonato i cui fratelli sono morti prematuramente, per fuorviare lo spirito che si aggira per rapire il bambino.

Molti spiriti infine si sono fusi con divinità e non di rado hanno fatto passare in secondo piano l'Essere Supremo o vi si sono identificati, proprio in questo campo sono avvenute profonde trasformazioni in particolare per l'influsso dell'islam.

Divinità.

Le divinità non sono univocamente differenziabili dagli spiriti, Wundt aveva individuato tre caratteristiche essenziali:

  • Personificazione
  • Potere sovrannaturale
  • Esistenza ultraterrena

ma a queste caratteristiche, non sufficienti ad una individuazione univoca, sicuramente vanno aggiunti altri elementi come una gerarchia, e quindi la collocazione delle divinità in un posto più rilevante, ed una più accentuata personificazione.

Le divinità sono presenti in tutti i popoli dell'Africa subsahariana, e di solito hanno origine da due diverse concezioni. La prima è quella che vede la divinità in due divinità con differenti funzioni, così presso gli Ewe hanno il dio del temporale So che si è diviso nel membro maschile che vive in cielo in una casa circondata da fiamme e scaglia frecce e asce verso la terra, mentre dall'elemento femminile dipendono pioggia e fertilità, oltre che i prodotti di campi e foreste.

La seconda parla di due diversi aspetti della stessa divinità, in analogia con il cristianesimo si può parlare di due ipostasi, come la divisione, per al cune popolazioni del Nilo, in un dio nero ed uno rosso. Cielo e terra sono spesso concepiti come coppia di divinità, vale per gli Ibo e per i Twi, in altre forme religiose invece assumono importanza i corpi celesti creduti animali o uomini di razza anteriore, anche se questo tipo di credenza è andato perdendosi, i Ngbandi adoravano la luna così come tracce di culto lunare si sono trovate sulle coste del Camerun. Occorre comunque fare dei distinguo tra il culto lunare e le invocazioni alla luna, perché ad esempio i Nuer all'apparire della luna nuova, celebrano riti ad un dio e non all'astro.

Essere Supremo.

Il sommo dio o Essere Supremo occupa un posto a sé fra le divinità, essendo una figura di rilievo fra molte tribù, mentre per altre si trovano tracce di tale culto. Un esempio in merito è legato alla popolazione dei Kamba, in cui l'essere supremo ha formato gli esseri viventi, ma vive in cielo a distanza remota dagli uomini e tale popolazione gli rivolge solo molto raramente delle preghiere.

Fra alcune tribù il concetto di Essere Supremo è ampliata fino a comprendere il concetto di creatore del mondo, ed alcune volte, come in Africa occidentale, il dominatore dell'universo, figura benevola e senza caratteri materiali, la cui dimora è per lo più il cielo.

Costante prerogativa dell'Essere Supremo è vedere e conoscere tutto, gli sono poi assegnate funzioni che vengono evidenziate da alcuni appellativi, così i Ngombe lo chiamano formatore perché ha creato ogni cosa, ma anche immensità della foresta, cioè metaforicamente eterno ed infinito.

Non sempre l'Essere supremo viene ritenuto benevolo, avviene questo per gli Ashanti del Ghana ed i Shilluk del Sudan, anche se questa caratteristica spesso è legata all'assimilazione dell'Essere Supremo in altre divinità. Nonostante queste differenze nei particolari, tale figura è sostanzialmente unitaria anche se nei singoli idiomi assume i significati più diversi: si va da Mulungu ("grande famiglia di antenati") per i Kamba, a Kalunga che significa "regno dei morti"; da Ndjambi Karunga la cui radice significa "agire", a Loba che per le popolazioni bantu significa "sole".

Si può quindi affermare nei confronti dell'Essere Supremo non è valida la caratteristica comune a molte lingue africane che il nome definisce un essere, ma anche nella sua nebulosità, tale figura conserva un posto a sé: anche se lo si considera una specie di spirito, differisce sostanzialmente dagli altri spiriti. È così per i Kamba che distinguono Mulungu dagli aimu, ovvero le anime dei defunti. L'Essere Supremo, inoltre, se inserito in un sistema religioso, assume i caratteri di una divinità attiva e resta sempre a capo di una gerarchia degli esseri sovrannaturali, così tale divinità può fungere da fautore del destino, come nei popoli della Guinea settentrionale. Ma in generale nella pratica religiosa, tale figura ha un ruolo secondario, e rarissimamente è oggetto di un vero culto.

Il concetto di Essere Supremo infine da una risposta a problemi spirituali quali l'origine e la creazione degli esseri viventi, l'ordinamento del mondo; e la sua origine probabilmente risale alla personificazione del cielo diurno e notturno, a cui successivamente si sono aggiunti particolari legati per buona parte alle aspirazioni umane. È infine presumibile che l'Essere Supremo immaginato benevolo soddisfi la necessità di una entità che stia incrollabile al di sopra di tutte le forze ostili dell'esistenza.

Eroi culturali e tesmofori.

 

Il concetto di eroe assume diverse forme, tra queste ha una grande diffusione il mito di morte-rinascita: tale mito di solito prevede un mostro che ingoia tutto sul suo cammino, al quale sfugge una donna che partorisce un eroe che da adulto sconfiggerà il mostro e libererà cose e persone rimaste intatte nel suo ventre, ristabilendo l'antico ordine. L'ulteriore destino dell'eroe ha molte varianti, i Sotho per esempio credono che l'eroe venga ucciso e diventi il re delle divinità.

I riti iniziatici in cui l'iniziando viene ingoiato hanno un fine diverso: non è un ripristino del precedente stato ma un ingresso in un nuovo stato (esempio infanzia-maturità). Questi miti si possono leggere come paralleli alla sparizione e ricomparsa del sole.

Un altro filo conduttore molto utilizzato è quello del mito del re cacciatore che esce a caccia nonostante glielo sconsigli la madre e diversi segni premonitori, ferisca un bufalo ma ne rimanga a sua volta ferito e muoia, diventando sovrano dei morti. [senza fonte]

Oltre agli eroi culturali ne esistono altri che si possono definire tesmofori, essi personificano in prevalenza la figura del fabbro o del vasaio che insegnano agli uomini tale arte.

Del tutto diverso è l'"uomo celeste" dei Chaga, che fa da mediatore fra cielo e terra, si ricorre a lui per vendicare una ingiustizia, ad esempio. Nelle religioni africane è infine prevista la figura del demiurgo, anche se risulta secondaria perché in genere non differenziata chiaramente da quella di una divinità.

Ricerca di Giancarlo Bertollini

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INDIA: Religioni e Caste

Le religioni in India è caratterizzata da un'amplissima diversità di credenze e pratiche culturali. Il subcontinente indiano è stato il luogo di nascita di quattro fra le religioni maggiori del mondo: dall'antica fede vedica s'è sviluppato col tempo l'odierno induismo, poi il buddismo fondato dal principe Siddhartha Gautama ed il suo contemporaneo giainismoinfine, il sikhismo, la religione più recente, nata nel XV secolo da una commistione di insegnamenti islamici e induisti. Lungo tutto il corso della sua storia la religione è stata sempre una parte molto importante della cultura e del pensiero filosofico del Paese; la diversità e la tolleranza religiosa hanno entrambe sede e fondamento stabile sia nella tradizione che nelle leggi della moderna nazione indiana. 

La stragrande maggioranza della popolazione (oltre il 93%) si considera facente parte come membro effettivo ad una qualche religione: secondo il censimento del 2001[1], l'induismo (con tutte le sue credenze correlate) è diffuso tra l'80,5% della popolazione, l'islam viene invece seguito dal 13,4% degli abitanti, il cristianesimo dal 2,3%, il sikhismo dall'1,9%, il buddismo dallo 0,9% ed il giainismo dallo 0,4%: queste sono le maggiori e più antiche religioni professate in India. Vi sono anche altre tradizioni minori, di origini tribali, come il "santal", il "sanamahismo", le Adivasi e numerose forme di animismo.

La quantità e varietà di diversità nei sistemi di credenza religiosa dell'India odierna è il risultato sia dell'esistenza di molte religioni indigene che dell'assimilazione ed integrazione sociale di fedi religiose portate dall'esterno da viaggiatori, immigrati e commercianti, ma anche da invasori e conquistatori, com'è il caso dei musulmani Moghul. Il mazdeismo (o zoroastrismo) e l'ebraismo hanno anch'essi un'antica storia nel Paese, ognuno con diverse migliaia di aderenti.

In India vi è poi la comunità mazdea (Parsi e Irani) e Bahá'í più grande del mondo, pur non essendo native del subcontinente ma nate entrambe nella regione dell'odierno Iran; il rapporto della fede Baha'i con la spiritualità indiana è comunque molto stretto, riconoscendo quest'ultima sia l'illuminato Siddhartha Gautama dei buddisti che il Krishna degli induisti come manifestazioni del Dio onnipotente.

La diaspora indiana nei paesi occidentali europei e nordamericani ha reso poi familiari e molto popolari, a partire dalla seconda metà del XX secolo, vari aspetti della filosofia indiana, come lo Yoga, il concetto di meditazione, la medicina ayurvedica, la divinazione, la levitazione, oltre alle teorie del Karma e della reincarnazione. L'influenza delle religioni indiane è stato significativo in tutto il mondo; diverse organizzazioni e movimenti, come ad esempio l'Associazione internazionale per la coscienza di Krishna, la Brahma Kumaris, l'Ananda Marga ed altre ancora, hanno contribuito a diffondere fuori dal territorio indiano le credenze e le pratiche spirituali tradizionali del subcontinente.

La popolazione musulmana dell'India è la terza maggiore del mondo, con un'ampia comunità sciita; i santuari dedicati ad alcuni tra i maggiori santi del sufismo si trovano in territorio indiano ed attirano visitatori da ogni parte del mondo. 

Il paese è inoltre patria di alcuni tra i più famosi ed importanti monumenti dell'architettura islamica, come il Taj Mahal e il Qutb Minar.

L'influenza indiana sulle tradizioni religiose persiste fino alle attuali leggi civili in materia di diritto familiare e personale assunte pienamente dalla comunità musulmana. La carta costituzionale dichiara la nazione essere una repubblica laica che deve difendere il diritto di ognuno dei propri cittadini a poter esprimere liberamente il suo culto e diffonderlo o di non aver per contro alcuna fede di tipo religioso; la Costituzione indiana dichiara anche il diritto alla libertà di religione come uno dei diritti fondamentali dell'essere umano. 

LE CASTE IN INDIA

Le origini del sistema delle caste in India e Nepal sono sconosciute, ma sembra abbiano avuto origine più di duemila anni fa. Con questo sistema, che è associato con l’induismo, le persone sono state classificate sulla base delle loro occupazioni. Anche se in origine casta dipendeva dal lavoro di una persona, divenne ben presto ereditaria, e ogni persona di fatto nasceva in una condizione sociale inalterabile.

Le grandi classi che formano l’intera società sono chiamate varna, letteralmente “colori”, mentre il termine casta di derivazione portoghese, traduce il sanscrito  jati cioè “nascita”, infatti per gli induisti nascere significa innanzitutto entrare a fare parte di una casta.

La classificazione registra quattro caste principali che sono: brahmani i sacerdoti; Kshatriya i guerrieri e nobili; Vaisya gli agricoltori, commercianti e artigiani; e Shudra, mezzadri e servi. Alcune persone sono nati al di fuori o al di sotto del sistema delle caste, e questi sono chiamati gli  intoccabili che nel XX secolo sono stati definiti spesso con il termine dalit a tradurre “gli oppressi”.

Le prime tre caste, brahmani, kshatriya e vaisya sono dette dvija “nati due volte”, perché metaforicamente i loro esponenti nascono una seconda volta grazie all’investitura  con il cordone sacro upanayama.

Gli appartenenti alla quarta casta e un gran numero di fuoricasta dalit o harijan sono invece detti “nati una volta” perché sono esclusi dall’upanayama e da tutte le cerimonie iniziative.

Il sistema delle Caste in India

Motivo che sta alla base della caste è la reincarnazione intesa come una delle credenze fondamentali nell’induismo; dopo ogni vita, l’anima rinasce in una nuova forma materiale. Una nuova forma particolare dell’anima dipende dalla virtuosità del comportamento precedente. Così, una persona veramente virtuosa dalla casta Shudra potrebbe essere ricompensato nella prossima vista con la rinascita come un brahmani cioè di un livello di casta superiore. Le anime possono muoversi non solo tra i diversi livelli della società umana, ma anche in altri animali – da cui il vegetarianismo di molti induisti. All’interno di un ciclo di vita, le persone hanno poca mobilità sociale, e hanno dovuto lottare per la virtù durante la loro vita presente al fine di raggiungere un livello di casta superiore nella prossima volta.

Oggigiorno le pratiche associate al sistema delle caste è cambiato nel tempo e in tutta l’India, ma alcune caratteristiche sono rimaste comuni. I tre settori chiave della vita dominati dalle caste sono il matrimonio, i pasti e il culto religioso.

Il matrimonio tra soggetti di caste diverse era ed è severamente proibito, anzi la maggior parte delle persone vengono sposate all’interno della proprio sub-casta o jati.

Al momento dei pasti, chiunque può accettare il cibo dalle mani di un bramino, ma per un bramino sarebbe considerato “cibo inquinato” se lui o altri della stessa casta ricevessero cibo da una persona di casta inferiore. All’altro estremo, se un intoccabile ha avuto il coraggio di attingere acqua da un pozzo pubblico, di fatto lui o lei hanno inquinato l’acqua e nessun altro può quindi berla.

In termini di culti religiosi, i brahmani come classe sacerdotale  hanno e ancora adesso continuano a condurre rituali e religiose. Ciò ha incluso la preparazione per le feste e le vacanze, così come matrimoni e funerali. Le caste Kshatrya e Vaisya avevano pieno diritto di culto, ma in alcuni punti gli Shudra (la casta servo) non è permesso di offrire sacrifici agli dei. Gli Intoccabili sono esclusi completamente dai templi, e, talvolta, non è nemmeno permesso di mettere piede sul terreno del tempio. Se l’ombra di un intoccabile tocca un bramino quest’ultimo sarebbe stata inquinata, così intoccabili dovevano stendersi a faccia in giù a distanza quando un bramino passava.

Migliaia di caste

Anche se le fonti vedici citano quattro caste principali, ci sono tuttavia migliaia di caste, sotto-caste e le comunità all’interno della società indiana. Questi jati sono stati la base sia dello stato sociale che dell’occupazione. Caste o sotto-caste, oltre i quattro menzionati nella Bhagavad Gita comprendono gruppi come il Bhumihar o proprietari, Kayastha o scribi, e i Rajput, che sono un settore settentrionale della casta guerriera Kshatriya. Alcune caste sono sorte da occupazioni molto specifici, come la Garudi gli incantatori di serpenti  o il Sonjhari i raccoglitori d’oro dai letti dei fiumi.

Gli intoccabili

Le persone che hanno violato le norme sociali potevano essere puniti fino uscire dal sistema caste e diventare “intoccabili”. Questa non era la casta più bassa – loro ei loro discendenti erano completamente al di fuori del sistema delle caste. Gli intoccabili sono stati considerati in modo impuro, impedendo loro qualsiasi contatto con un membro di una casta perché quest’ultimo sarebbe stato contaminato. L’uomo che fosse stato toccato da un intoccabile avrebbe dovuto fare il bagno e lavare il suo abbigliamento immediatamente. Gli intoccabili non potevano e non possono mangiare nella stessa stanza come membri di caste. Gli intoccabili hanno svolto un lavoro che nessun altro avrebbe fatto, come il seppellitore di carcasse di animali, lavoratore del cuoio, o uccidere topi e altri parassiti. Quando morivano non potevano essere cremati.

Casta tra i non-indù

Curiosamente, le popolazioni non-indù in India a volte si sono organizzate in caste pure loro. Per esempio dopo l’introduzione dell’Islam nel subcontinente indiano, i musulmani sono stati divisi in classi, come la Sayed lo sceicco, Mughal, Pathan, e Qureshi. Questa suddivisione in caste tratte da diverse fonti parla di Mughal e Pathan grosso modo come di gruppi etnici, mentre i Qureshi venivano dal clan del profeta Maometto alla Mecca.

Un piccolo numero di indiani erano cristiani dal 50 d.C. ma fu solo con l’arrivo dei portoghesi nel XVI secolo che aumentarono il numero di praticanti cristiani. Molti indiani cristiani ancora oggi osservano una distinzione di casta specifica.

Il sistema delle Caste in India.

Le origini del Sistema Caste.

Le prime trascrizioni che parlano del sistema caste compaiono nei Veda, testi in lingua sanscrita a partire dal 1500 a.C. che costituiscono la base della scrittura indù. Il Rigveda, datato circa  1700-1100  a.C. menziona raramente le distinzioni di casta, e indica che la mobilità sociale è un fenomeno comune. Il Bhagavad Gita però datato circa 200 a.C. - 200 d.C. sottolinea l’importanza della casta. Inoltre nelle “Leggi di Manu” o Manusmriti della stessa epoca si definiscono i diritti ei doveri delle quattro caste diverse o varna. Così  sembra che il sistema delle caste indù abbia iniziato a consolidarsi tra il 1000 a.C. e il 200 d.C.

Nel corso della storia indiana, però il sistema delle caste non sempre ha avuto l’importanza o i ruoli che si penserebbe. Ad esempio, la famoso dinasta Gupta che governò tra il 320-550 d.C. erano provenienti dalla casta Vaishya piuttosto che dalla Kshatriya. Molti governanti successivi erano provenienti anche da caste diverse, come la Madurai Nayaks (dal 1559-1739) che erano Balijas (commercianti).

Dal XII secolo in poi, gran parte di India è stata governata dai musulmani. Questi governanti hanno ridotto il potere della casta sacerdotale indù i bramini. I governanti tradizionali indù e guerrieri o Kshatriyas hanno quasi cessato di esistere nel nord e centro dell’India e le caste Vaishya e Shudra si sono praticamente fuse insieme.

Anche se la fede dei governanti musulmani ha avuto un forte impatto sulle caste superiori indù e nei centri di potere, il sentimento anti-musulmano nelle zone rurali in realtà ha rafforzato il sistema delle caste, dove abitanti di un villaggio indù andavano a riconfermare la loro identità attraverso la casta di appartenenza. Tuttavia, nel corso dei sei secoli di dominazione islamica dal 1150-1750, il sistema delle caste si è evoluto notevolmente. Ad esempio i Bramini cominciarono a fare affidamento su agricoltura per il loro reddito, dal momento che i re musulmani non lasciavano a loro i ricchi doni e le donazione dei templi indù. Questa pratica è stata considerata giustificata purché comunque alla casta degli Shudra (mezzadri e servi) veniva di fatto lasciato il lavoro fisico vero e proprio.

Quando l’impero britannico ha cominciato a prendere il potere in India nel 1757, hanno sfruttato il sistema delle caste come mezzo di controllo sociale. Gli inglesi si allearono con la casta bramino, ripristinando alcuni dei suoi privilegi che erano stati abrogati dai governanti musulmani. Tuttavia, molte usanze indiane riguardanti le caste inferiori sembravano discriminatorie agli inglesi, e furono messi fuori legge.

All’interno della società indiana tra il  XIX e XX secolo è iniziata un movimento che sosteneva l’abolizione della intoccabilità. Nel 1928, il primo tempio accolse gli intoccabili o dalit  “gli oppressi” a pregare con i suoi membri delle caste superiori. Anche Mohandas Gandhi sostenne l’emancipazione dei dalit, coniando il termine Harijan o “figli di Dio” per descriverli. 

Il 15 agosto del 1947 l’India divenne indipendente e nacque la Repubblica dell’India. Il nuovo governo indiano andò subito ad istituire leggi per proteggere e classificare le caste e le tribù,  inclusi sia gli intoccabili che i gruppi che vivono di stili di vita tradizionali. Queste leggi includono sistemi di quote al fine di garantire l’accesso all’istruzione e ai posti di governo. Infatti, per legge, in applicazione degli articoli 341 e 342 della Costituzione indiana del 1950, sono state formate le “Schedule Caste” e le “Schedule Tribes” ovvero gli elenchi delle caste degli intoccabili e delle tribù.

Poi nel corso degli ultimi sessanta anni, la casta di una persona è diventata più una categoria politica piuttosto che sociale o religiosa.

Ricerca di Giancarlo Bertollini dal Blog India-Nepal

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Gli Egizi: Cultura e Religioni

Dei egizi: nomi e funzioni delle divinità egizie

Fonte: getty-images

Gli antichi Egizi hanno dato vita, così come tutte le altre civiltà, prima e dopo di loro, che si sono trovate davanti al mistero della morte e della vita, a una religione. Nella fattispecie, la religione politeista degli antichi egizi ha un pantheon – ovvero un insieme di divinità – molto ricco e variegato.

Pur nascendo da una cultura molto identitaria e molto caratteristica, la religione egizia presenta alcune similitudini con le altre religioni coeve, ma si distingue sotto molti altri punti di vista. Ecco un excursus il più possibile completo sulle divinità di questa religione, la loro storia e la loro “funzione” a livello religioso, nella speranza di aiutarvi a fare luce sul mistero di questo culto ancora oggi tra i più affascinanti.

Due parole sulla religione Egizia

La religione egizia racchiude l’insieme delle credenze religiose e dei rituali del popolo egizio, tratteggiando in maniera molto precisa il loro concetto di sacro. Come accade nella maggior parte dei culti politeisti, anche qui alcuni dei, in base al periodo storico, risultano più importanti di altri.

Tra gli elementi peculiari di questo culto, che si differenzia per alcuni concetti base anche dalle altre religioni del bacino mediterraneo, è l’adorazione degli animali. Insomma, una religione zoolatrica, non dissimile da alcuni tratti della moderna religione induista.

Non solo: molte divinità egizie presentano tratti zoomorfi che vedremo più avanti. Solo con l’avanzare del periodo dinastico la religione egizia ha cominciato a evolversi verso uno sviluppo più antropomorfico della nozione di dio, ma non per questo la religione manca di elementi totemici. Seppur gli dei, col tempo, cominciarono ad assumere tratti sempre più umani, il culto dell’animale rimase sempre, poiché considerati in qualche modo manifestazioni della divinità.

Anubi, il dio dell’oltretomba

Quarto figlio di Ra, generato con Hesat, Anubi è il dio dalla forma di sciacallo che può essere chiamato anche Imy-ut, ovvero l’imbalsamatore. È stato il dio della mummificazione e dei cimiteri, protettore delle necropoli e custode del mondo dei morti. Gli imbalsamatori che si occupavano di preparare i morti per la sepoltura erano anche i suoi sacerdoti.

Lo si può vedere raffigurato nella sua forma di sciacallo, o di uomo con la testa d’animale.

Il suo compito è quello di accompagnare l’anima del defunto davanti al tribunale supremo degli dei, così come narrato dal “Libro dei Morti”, illuminandogli il cammino. Prendeva parte anche alla “Sala delle due verità”, e insieme a Thot pesava il cuore del defunto, misurandolo con una piuma. Solo chi aveva il cuore più leggero di una piuma non era condannato.

Osiride, dio dell’agricoltura

Osiride è figlio di Geb e Nut, e regna al fianco della sua sorella, e anche sposa, Iside. È considerato il “re divenuto dio”, ma anche il “re morto della natura”. Ogni anno, nel periodo delle esondazioni del Nilo, Osiride muore e rinasce a primavera, dopo aver soggiornato sottoterra, sotto forma di grano seminato.

Iside, dea della fertilità

Nella mitologia egizia, Iside è la dea della fertilità e della maternità che ricalca tante altre figure dei pantheon mediterranei, ma con alcune uniche peculiarità. Molto spesso Iside veniva raffigurata con un aspetto umano, femminile, e lunghe corna bovine.

È una versione egizia di “Demetra”, ovvero la dea greca della terra, almeno secondo Erodoto.

Seth, dio della violenza

Tra le divinità più antiche, Seth è stato dio del deserto, della siccità, delle bufere, della distruzione provocata dalla natura, del caos, della guerra e in generale della violenza. Insomma, la sua figura rappresentava tutto quello che poteva mettere a soqquadro la vita degli esseri umani.

La sua identità era anche una rappresentazione del bisogno dell’umanità, oltre alla religione, di una figura che si contrapponesse ad essa.

Seth viene spesso raffigurato sulla prua della barca solare di Ra, intento a uccidere il mostro Apopi (un grande serpente acquatico).

Bastet, dea della casa, dei gatti e delle donne

Divinità egizia della fertilità, delle nascite e dei gatti, questa donna con la testa di un felino era deputata a proteggere e preservare. È stata una delle figure più amate dai devoti.

Il suo nome era spesso associato ai vasi di unguenti dove venivano conservati unguenti e profumi. Era lei a cui ci si rivolgeva quando in casa c’era un’epidemia, o una malattia contagiosa, per cercare protezione.

Hathor, dea della bellezza

Hathor è la dea egizia della maternità e della bellezza, amata da faraoni e ceti inferiori. Era lei ad accogliere le anime nell’aldilà.

Era anche adorata come dea della danza, delle terre straniere ed era la guardiana protettrice delle partorienti. Il Nilo, così come le miniere, erano poste sotto la protezione di Hathor.

Maat, dea della giustizia

Maat era la dea che incarnava gli ideali di ordine, armonia, equilibrio, verità, legge e regole, ma anche della moralità. La sua raffigurazione è femminile, con una piuma intesta, ed era responsabile della disposizione delle costellazioni e delle stagioni.

Il suo ruolo primario nella religione egizia era anche quello di pesare le anime (o il cuore) dei defunti: era proprio la sua piuma a determinare se l’anima avrebbe raggiunto l’aldilà o meno.

Oltre alla distruzione, il suo compito era anche quello di guarigione. Era la dea patrona dei medici, e i suoi sacerdoti erano chiamati a curare le malattie più difficili.

Sekhmet, divinità della guerra, delle epidemie e delle guarigioni

Questa divinità dell’antico Egitto era deputata alla guerra, ma anche alle epidemie e alle guarigioni. Una donna con il volto di leonessa, feroce, distruttiva, ma anche protettrice dei faraoni.

Thot, dio della sapienza, della scrittura e della magia

Thot era il dio del tempo, della matematica, della geometria, degli scribi e di tutto quello che era definito conoscenza. Un uomo con la testa di ibis o, in alcuni casi, con la testa di babbuino.

Insieme a Osiride, era una delle divinità che giudicava le anime dei defunti.

Amon-Ra, il dio del sole

Adorato in moltissime località dell’Egitto, Amon, detto anche Ra, regnava sugli uomini e sugli Dei. È una commistione tra Amon e Ra, due divinità inizialmente separate, che tuttavia nel tardo periodo egizio si sono fuse in un’unica entità che ha reso la religione egizia quasi monoteista.

Ricerche di Giancarlo Bertollini

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Islam: Sunniti e Sciiti

Sintesi: Le divisioni nell’Islam; sunniti, ibaditi, sciiti. 

La più importante, ma non unica, differenza religiosa tra musulmani è quella tra la comunità maggioritaria sunnita da un lato, e le diverse comunità sciite dall’altro; un terzo gruppo, gli ibaditi, include una piccola minoranza. 

Per comprendere la distinzione tra sciiti e sunniti si fa usualmente riferimento alla divisione della prima comunità musulmana, in seguito alla morte del Profeta, su chi dovesse guidarla, e in particolare ai conflitti che divisero questa comunità nelle prime due guerre civili (fitan). Generalmente si definiscono “sciiti” i sostenitori di ‘Ali ibn Abi Talib, cugino del Profeta e marito di sua figlia Fatima, e della sua linea di discendenza, e “sunniti” coloro che invece accettano la legittimità della successione al Profeta da parte dei primi tre califfi (Abu Bakr, ‘Umar ed ‘Uthman) e la successiva vittoria delle dinastie califfali umayyade ed abbaside. In questi termini, la distinzione è imprecisa; infatti in questo modo si proietta sui conflitti del settimo e dell’ottavo secolo una distinzione che si è andata definendo nel corso del tempo e che riflette la situazione successiva.  Le prime guerre civili ruotavano inizialmente attorno alla persona che doveva guidare la comunità; si trattava di conflitti tanto politici quanto “religiosi”; per chi li combatteva, stando alle fonti, erano in gioco tanto il potere quanto la salvezza.  

La seprazione tra sciiti e sunniti nasce all’ombra di questi conflitti, e da una successiva riflessione su di essi. Non si tratta infatti solo di un disaccordo sulla persona della guida (imam), ma di una diversa concezione religiosa suo ruolo, e più in generale, dell’asse d’autorità spirituale, e non di quella politica.  

Nel periodo delle fitan, (seconda metà del settimo secolo) si hanno diversi orientamenti politici e dottrinali, tra cui vari “partiti” sostenitori dei diversi pretendenti al califfato, o che invece rifiutano di prendere una posizione politica.  I sunniti Non è storicamente corretto parlare già di una comunità “sunnita”, distinta dagli sciiti e dottrinalmente definita come tale, nel periodo delle prime guerre civili e in epoca umayyade. 

In particolare, è improprio chiamare “sunniti” i sostenitori delle rivendicazioni califfali “vincenti” (gli Umayyadi). Anzi, la successiva tradizione sunnita guarda gli Umayyadi in una luce negativa, mentre riconosce a posteriori il califfato di ‘Ali (ma non dei pretendenti della sua discendenza) come legittimo. 

In generale, per i sunniti l’autorità spirituale suprema non risiede in una singola guida politico-religiosa, indipendentemente dalla persona, ma in un sapere religioso diffuso nella comunità, che non corrisponde dall’autorità politica del califfo.  Questa autorità politica viene comunque accettata, ma la sua accettazione non è più considerata determinante ai fini della salvezza, purché ci si comporti da buoni musulmani, seguendo la Legge religiosa, la Tradizione del Profeta (sunna) e il consenso della comunità. Questo consenso dottrinale (con diverse sfumature) si forma gradualmente tra la fine del settimo e l’inizio del nono secolo e va a definire la visione maggioritaria all’interno della comunità musulmana. 

Il pensiero sunnita ammette, entro certo limiti, la possibilità di disaccordo interpretativo tra i sapienti religiosi, e dunque un certo grado di pluralismo. Al di fuori di questo consenso maggioritario abbiamo sia correnti di pensiero teologico (ad esempio i mu’taziliti) sia vere comunità religiose minoritarie: di queste sopravvivono fino ad oggi gli ibaditi, ultima scuola superstite del movimento kharijita, e appunto le varie correnti sciite. 

I kharijiti e gli ibaditi. Il movimento kharijita nasce nel corso della prima fitna, dal gruppo di seguaci di ‘Ali ibn Talib che rinnega la sua autorità dopo che questa aveva accettato un compromesso con l’umayyade Mu’awiya. I kharijiti delle origini non identificavano una specifica personalità come imam (inteso come guida della comunità) ma esigevano da chiunque scegliessero come propria guida legittima una virtù assoluta; su questa base ritenevano la propria comunità come l’unica vera comunità di credenti e ritenevano che chi accettasse altri governanti non fosse più musulmano. La scuola ibadita, a differenza di altre scuole kharijite ora scomparse, sostiene che la convivenza con gli altri musulmani sia permessa. Attualmente gli ibaditi sono numerosi in Oman e sono rappresentati da piccole minoranze, concentrate in alcune zone del Nordafrica (l’isola di Djerba in Tunisia, la regione del Mzab in Algeria, il Jabal Nafusa in Libia) e attorno all’Oceano Indiano.  

Il termine “kharijiti” di solito non viene usato in relazione agli ibaditi di oggi, nonostante l’origine kharijita della loro dottrina. Nei primi secoli dell’Islam, altri gruppi kharijiti si ritenevano autorizzati ad usare la violenza contro il resto della comunità, non considerandola più credente; dunque erano visti come pericolosi ribelli, e la parola ha assunto una associazione negativa.  

Gli sciiti La comunità religiosa sciita, con le sue distinzioni interne, è l’evoluzione dottrinale del movimento politicoreligioso legato alla figura di ‘Ali ibn Abi Talib e alla sua linea di discendenza, ma non coincide con esso. Questa evoluzione è complessa, legata agli sviluppi storici del secondo secolo dell’Egira (circa l’ottavo secolo) e include numerose divisioni dottrinali. Comune a tutti gli sciiti è la fedeltà alla Casa di ‘Ali come guida per la comunità. Questa fedeltà si consolida in termini dottrinali attorno alla metà dell’ottavo secolo, nel rifiuto della legittimità sia degli Umayyadi che della successiva dinastia Abbaside, la quale era salita al potere rivendicando la propria appartenenza al clan del Profeta (e quindi col sostegno iniziale di una parte dei futuri sciiti). 

Tuttavia, la fedeltà alla Casa di ‘Ali, inizialmente di ordine politico, assume una valenza prevalentemente religiosa nel corso della storia delle diverse tradizioni sciite.  Esistono oggi tre principali tradizioni sciite, oltre ad altre tradizioni minori spesso raggruppate nella categoria dei ghulat (“coloro che esagerano”, si intende, nella venerazione verso ‘Ali e i suoi discendenti).  

1) Gli zayditi sono la tradizione sciita dottrinalmente più prossima ai sunniti. Riconoscono come guida legittima della comunità qualsiasi discendente di ‘Ali e Fatima che sia in grado di far valere i propri diritti, ma con lo stesso tipo di autorità terrena e simbolica che il consenso sunnita attribuisce ai califfi in carica: anche per gli zayditi il sapere religioso è diffuso nella comunità, anche se questa deve essere guidata dagli eredi di ‘Ali. Gli zayditi si ispirano all’azione dell’Imam Zayd, nipote di Husayn figlio di ‘Ali, che guida una fallita ribellione contro gli Umayyadi nel 740. 

Oggi le comunità zaydite si trovano soprattutto in Yemen, dove una linea di loro Imam, discendenti di Hasan figlio di Ali, ha governato a lungo alcune regioni.  

2) La tradizione sciita maggioritaria è quella detta duodecimana o imamita. Al momento della ribellione di Zayd, i futuri duodecimani seguono l’opinione di suo fratello Muhammad al-Baqir, il quinto Imam legittimo secondo la loro tradizione, che aveva sostenuto un atteggiamento quietista. Muhammad al-Baqir e soprattutto suo figlio Ja’far al-Sadiq teorizzano una supremazia spirituale dell’Imam che non si deve necessariamente tradurre in potere politico. Secondo i duodecimani, gli Imam della casa di ‘Ali sono scelti da Dio per fornire una guida alla comunità dei credenti; gli Imam duodecimani sono infallibili nella loro interpretazione del Corano e della Tradizione e dunque formano l’asse di autorità religiosa suprema, al di sopra della comunità. Il riconoscimento della loro autorità spirituale è necessario alla salvezza del credente.  

I duodecimani negano generalmente la legittimità dei primi tre califfi “ben guidati”, perché per loro soltanto gli Imam scelti da Dio possono guidare i credenti, ma storicamente hanno tollerato il potere politico delle dinastie non discendenti da ‘Ali, proprio perché nella loro visione il ruolo dell’Imam diventa essenzialmente religioso. 

La linea di Imam duodecimani si interrompe nel’873, quando l’undicesimo di loro muore. Secondo gli sciiti duodecimani, suo figlio, il dodicesimo Imam, si trova da allora in occultamento (ghayba) per volontà divina. Egli è presente nel mondo, perché la comunità dei credenti non potrebbe esistere senza la sua guida infallibile, ma non è accessibile a causa dell’ingiustizia e della persecuzione prevalenti nel mondo terreno. Apparirà di nuovo alla fine dei tempi per ristabilire l’armonia e la giustizia. Nella fase di ghayba l’autorità religiosa effettiva della comunità sciita è di fatto diffusa in una comunità di sapienti religiosi, come accade per i sunniti e gli zayditi. Questa autorità interpretativa è molto più formalizzata e gerarchizzata, e fa riferimento, oltre al Corano e a un proprio corpus di tradizioni del Profeta, anche agli insegnamenti dei dodici Imam (specialmente di Ja’far alSadiq, che aveva un circolo di discepoli e si dedicava agli studi religiosi). 

Attualmente gli sciiti duodecimani sono la maggioranza della popolazione in Iran, Iraq, Azerbaigian e Bahrain, e significative minoranze esistono in Libano, Afghanistan, Pakistan ed India.  

3) Al tempo di Ja’far al-Sadiq (morto nel 765) si verifica un’altra divisione interna alla comunità sciita dei suoi seguaci. Egli aveva indicato come suo successore il primogenito Isma’il, che però muore prima di lui. I futuri duodecimani seguiranno la guida di un altro figlio di Ja’far, Musa al-Kazim, il settimo dello loro linea di Imam, ritenendo che Musa fosse stato indicato da Ja’far stesso dopo la morte di Isma’il. Un altro gruppo, gli ismailiti, pensarono invece che, essendo infallibile la scelta di Isma’il da parte di Ja’far, la guida della comunità spettasse ai discendenti di questo, anch’essi in occultamento. Sappiamo poco della storia della corrente ismailita nel primo periodo della sua storia. Le dottrine ismailite spingono la venerazione degli Imam ancora più oltre la dottrina duodecimana. 

Per gli Ismailiti un Imam, infallibile e impeccabile, è sempre presente nel mondo, secondo cicli di fasi di manifestazione e di occultamento. L’Imam è la guida vivente della comunità, o perlomeno di quella élite che è in grado di comprenderne l’insegnamento più profondo di natura esoterica (batin).  

Esistono diverse correnti Ismailite, perché in diverse occasioni la linea di successione degli Imam è stata contestata. La corrente più numerosa, i nizariti, ha attualmente un Imam manifesto, che oggi ha il titolo di Aga Khan. Ad una corrente ismailita si deve la creazione del califfato fatimide, governato dalla loro linea di Imam tra il decimo e il dodicesimo secolo. Dopo il tredicesimo secolo, anche le tradizioni ismailite hanno completamente rinunciato a indentificare il potere politica con l’autorità spirituale dei loro Imam. 

4) I gruppi detti ghulat sono numerosi, diversi tra loro e hanno origini diverse; alcuni nascono all’interno dell’ismailismo, come i Drusi presenti in Siria e Libano, altri si formano dallo sciismo delle origini, come gli ‘Alawiti della costa siriana, altri ancora nascono in epoca successiva. Questi gruppi sono caratterizzati da una venerazione speciale per ‘Ali e per alcune specifiche figure della sua discendenza, che considerano dotati di qualità sopra-umane, e volte semi-divine e per insegnamenti esoterici che particolari che li distinguono da altri gruppi. Sono stati spesso perseguitati e a volte considerati non musulmani dagli ‘ulama’ sunniti.  

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