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L'EQUILIBRIO INTERIORE

Oggi ho parlato con un amico veramente Fraterno che mi ha confidato di essere alla ricerca di un Suo equilibrio, gli ho girato questa breve riflessione che voglio condividre con tutti Voi. 

Andiamo al cuore della questione, senza giri di parole. Se cerchi la verità sull'equilibrio interiore. 

1) Non è statico

L'equilibrio non è un traguardo fisso, ma la capacità di oscillare senza cadere.

2) Richiede attrito

Non troverai la pace eliminando il caos, ma imparando a rimanerci dentro senza farti travolgere. Cadere e Rialzarsi.  

3) È una scelta di rinuncia

Spesso non ti serve aggiungere nuove abitudini (come meditare), ma togliere ciò che ti logora. 

4) Accetta il conflitto

La vera armonia nasce quando smetti di fare la guerra alle tue parti più oscure o fragili. 

Tre domande brutali per iniziare davvero. Se vuoi fare un lavoro serio, dimentica le risposte da manuale e prova a rispondere a queste domande: 

1) Cosa stai tollerando di troppo? 

Spesso l'equilibrio salta perché diciamo "" agli altri e "no" a noi stessi. 

2) Di cosa hai paura se ti fermi? 

La frenesia è quasi sempre una fuga da pensieri che non vogliamo ascoltare. 

3) Quale parte di te stai rifiutando? 

La rabbia, la stanchezza o l'inadeguatezza vanno guardate in faccia, non nascoste sotto il tappeto del "pensiero positivo". 

Un abbraccio forte 🌿 


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Religioni in Africa

Le religioni tradizionali africane sono le credenze religiose originatesi e sviluppatesi nel continente africano. Anche se le religioni abramitiche e in particolare il Cristianesimo e l'Islam hanno in molti casi rimpiazzato le religioni tradizionali in epoche più o meno recenti, si stima che 100 milioni di africani, pari a circa il 10% della popolazione totale, professino ancora tali credenze, senza contare l'elevato grado di sincretismo che spesso fonde elementi tradizionali con i nuovi culti.

Le religioni africane sono un argomento multiforme nelle loro manifestazioni ed anche nella loro evoluzione storica, pur restringendo il campo alla sola regione a sud del Sahara, che esclude quindi i territori in passato coperti dalla religione egizia, cartaginese e berbera.

Le difficoltà nello studio dei miti e delle religioni subsahariane.

La barriera sahariana.

Il continente africano, seppur geograficamente compatto, presenta una barriera non indifferente nel deserto del Sahara, per cui gli africanisti considerano una zona maggiormente omogenea a sud di questo deserto, nonostante a sua volta tale area non presenti una popolazione uniforme: vi abitano da migliaia di anni popoli completamente diversi, senza considerare le differenze linguisticheantropologiche e, appunto, religiose.

La documentazione.

La ricerca sulle religioni dell'Africa subsahariana è ostacolata da una penuria di documenti e testimonianze storiche, causata dalla tradizione orale tipica della zona. Tale tradizione restituisce molto materiale al riguardo, spesso non tralasciando minuziosi particolari, ma ha il notevole inconveniente di non riuscire a delineare l'evoluzione religiosa nel tempo.

Fanno eccezione per il passato le relazioni degli esploratori medievali arabi sul Sudan, ed andando ancora più a ritroso, i monumenti preistorici, anche se tombe dotate di ricco corredo funebre rappresentino un'eccezione nell'Africa tropicale. Le raffigurazioni rupestri, particolarmente diffuse, offrono utili elementi per lo studio delle religioni, ma nell'ordine di ipotesi che spesso trovano discordanza di pareri tra gli studiosi.

Il concetto di religione.

Considerando i fenomeni religiosi rintracciabili nell'Africa tropicale, la miglior definizione di religione è quella data da Gerardus van der Leeuw: "il rapporto con una entità sovrastante". Da tale definizione risultano precisate due caratteristiche sostanziali del fenomeno religioso quali:

  • L'esistenza di una entità superiore all'individuo, nei cui confronti questi è pressoché un oggetto
  • L'entità non è a sé stante, poiché l'individuo ha con essa rapporti, siano positivi o negativi.

Inoltre sono rappresentati sia l'elemento passivo che quello attivo, ovvero l'esperienza che l'individuo fa dell'entità sovrastante, ed il comportamento verso quest'ultima.

Le religioni naturistiche ed i loro fenomeni.

Il rapporto tra individuo ed entità.

Nell'Africa tropicale si trovano esclusivamente religioni autoctone di tipo naturistico, ovvero professate da popoli allo stato di natura, ciò non significa l'assenza di incivilimento e di capacità di padroneggiare la vita del mondo circostante. Ciò che distingue principalmente l'uomo allo stato di natura è il suo vivere il mondo che lo circonda come suo intimo componente, considerando inscindibili i concetti di trascendente ed immanente.

Tali credenze spiegano le difficoltà umane, come morte, malattia, siccità, carestia, sfortuna. La ricerca della comprensione di tali fenomeni, sin dalla preistoria, pur avvalendosi del nesso fra causa ed effetto, non tiene conto del concetto di causalità, e pone l'entità sovrastante, a cui si sente legato, sul piano religioso. Questa entità non si manifesta marginalmente ma incombe sull'uomo ed è comprensibile che egli, per il suo istinto di autoconservazione, non la subisca passivamente, e cerchi di difendere la sua vita terrena, ma anche ultraterrena, in quanto solitamente le due esistenze vengono immaginate quali non nettamente distinte.

L'entità sovrastante non personificata.

Nelle religioni dell'Africa tropicale, le forze che circondano l'uomo non vengono mai considerate qualche cosa di naturale: il movimento del cielo, l'alternanza delle stagioni, sono emanazioni di una forza che è presente dappertutto e che agisce secondo determinate leggi. Dato che tale forza ha di solito carattere magico, è possibile tenerla sotto controllo e persino padroneggiarla, conoscendone le leggi e le regole per indirizzarla nella giusta direzione.

Tali forze hanno concentrazioni particolari, come ad esempio nelle sostanze espulse dal corpo. In tal senso il sangue è una sostanza speciale, così come carichi di forza sono creduti i genitali, il cuore ed il fegato. Anche la natura è sede di forze, specialmente le forme organiche come piante ed alberi, e questo concetto a volte è persino espresso nel linguaggio come nel caso delle lingue bantu, nelle quali il concetto di cosa non è differenziato secondo genere grammaticale, bensì in classi tra cui una che individua ciò che è vivente ma non personificato, quindi animato magicamente.

Luoghi in cui è presente una sviluppata vegetazione racchiude quindi forze magiche e così può dirsi anche dell'acqua, la cui forza consiste nel dare refrigerio. Tra gli animali, i portatori di forza sono solitamente coloro che volano e coloro che strisciano. Infine non vanno dimenticati gli uomini, tra cui si distinguono i cosiddetti uomini-medicina e, in alcune zone, anche i capi.

Tra le forze che non hanno base materiale, una tra le più temute nell'Africa tropicale è lo sguardo, temuto quale malocchio non soltanto in Africa, così a persone non invitate è proibito assistere ad un banchetto, in modo che lo sguardo non alteri il cibo. Dello stesso genere sono le forze contenute nei gesti, ed ancora di più nelle parole e nei suoni: l'essere vivente e la parola formano un tutto indissolubile, per questo nell'area è diffusa l'idea che conoscere il nome di un individuo faccia acquistare potere su di lui, a tal punto che molti, nel momento di assumere un lavoro in terra straniera, erano soliti cambiare nome.

Ruolo rilevante assume anche il tempo, per cui ci sono giorni favorevoli per determinate occupazioni: gli Akan del Ghana non coltivano i campi il giovedì, nell'Africa orientale il venerdì è considerato di buon auspicio per la nascita di un bambino.

La determinazione di queste forze in genere è determinata da ciò che è fuori dall'ordinario. Le popolazioni dell'Africa tropicale posseggono uno spiccato senso delle norme senza le quali la vita sociale ed economica sarebbe impensabile, attribuiscono pertanto qualsiasi avvenimento inconsueto, sia esso interno alla società come la nascita di gemelli, o un fenomeno naturale come una prolungata siccità, ad una forza specifica. Parimenti vengono considerati carichi di forza quegli animali che possiedono capacità negate agli uomini come gli uccelli con il volo, o gli animali striscianti per la loro capacità di sparire nel sottosuolo.

Una definizione scientifica di tali forze risulta quindi piuttosto complicato, Ernast Dammann, non volendo rinunciare ad un vocabolo specifico, ritiene dinamismo il più calzante, perché esprime il concetto di energia e di attività che costituisce l'essenza della forza.

L'entità sovrastante personificata.

Anima.

W. Wundt ha fissato la distinzione fra anima vincolata ed anima libera: la prima è la forza connessa ad un determinato organo ed alla sua funzione, si può quindi riconoscere come un'entità sovrastante non personificata.

Solitamente le popolazioni in considerazione ritengono che l'individuo sia formato da vari elementi i quali si separano al momento della morte, di solito sono tre: corpo, forza vitale ed anima, che per i Sotho corrispondono grosso modo a mele (o nama), moea (che significa anche "vento") e seriti. Tra questi tre elementi sussistono rapporti, e l'anima solitamente viene individuata come elemento imperituro, che sopravvive agli altri due elementi. L'anima come è stata definita, non solo è personificata ma indipendente dal corpo, a tal punto che per alcune culture come i Dan, può lasciarlo anche mentre l'individuo è in vita. L'anima spesso viene descritta con aspetto umano o zoomorfo.

Le concezioni sul destino ultraterreno dell'anima sono invece molteplici, e differiscono anche all'interno della stessa tribù, come nel caso dei Kundu del Camerun e le tribù limitrofe: normalmente i defunti si riuniscono con le anime degli antenati nella città sotterranea dei morti, ma chi muore all'improvviso o per ferite, va in cielo. Ma in generale tutte le culture in esame credono nella sopravvivenza dell'anima anche se la forma di tale sopravvivenza va da uno stato pressoché umano a quello di fantasma senza pace, e non viene mai a meno la credenza che tali anime possano lasciare le loro dimore ultraterrene per influire sulla vita degli uomini.

Il destino ultraterreno dell'anima è descritto minuziosamente da molte delle popolazioni dell'Africa subsahariana. In molti casi essa rimane per un certo tempo nei pressi del cadavere, il mondo sotterraneo dove risiedono le anime solitamente dista molto da quello dei vivi e non di rado ve ne è separato da un fiume. In molte di queste culture è persistente l'elemento corporeo dell'anima, come nei Kosi e negli Zulu, per cui l'anima subisce una evoluzione e solo dopo un certo tempo ed un rito appropriato muta in un'autentica anima degli antenati, ed i Chaga che conoscono diverse categorie di spiriti, in base al tempo trascorso dalla morte dell'individuo.

Nell'entrare nel mondo dei defunti, in alcune culture le anime sono sottoposte ad una specie di processo di cui si incaricano gli stessi antenati defunti, i Kosi ritengono che se in giudizio sia negativo, l'anima venga distrutta con il fuoco, in tal senso l'annientamento dell'anima rappresenta la peggior sorte ultraterrena.

L'idea della trasmigrazione dell'anima in un animale non è molto diffusa, la si trova presso i Kung che ritengono il serpente, il varano e l'antilope maschio sedi delle anime dei morti. Nell'Africa occidentale è diffusa la credenza che i defunti sopravvivano in animali terrestri o acquatici, in modo particolare nel coccodrillo. L'autonomia dell'anima dal corpo pone però il caso, diffuso, della reincarnazione in un altro individuo umano, presso i Kosi chi muore prematuramente si reincarna per tentare nuovamente di diventare un'anima di antenato, mentre per gli Ewe se un'anima soffre troppo nel mondo ultraterreno, viene rimandata sulla terra e sono i sacerdoti che accertano l'identità del neonato in uno dei suoi antenati.

Va infine considerata tra le forme di sopravvivenza dell'anima quella del fantasma, ovvero persone defunte che non sono riuscite ad entrare nel mondo dei defunti per la mancanza di una regolare sepoltura, mentre per i Bergdama i fantasmi sono coloro che in vita sono stati iracondi e maldicenti.

L'importanza della sopravvivenza dell'anima pone in quasi tutte le culture il quesito sulla preesistenza dell'anima, a questo aspetto prestano molta attenzione specialmente le tribù del Burkina Faso e delle coste settentrionali della Guinea, sempre secondo gli Ewe esiste una sorta di paese delle anime governato da una madre degli spiriti che decide chi e quando mandare sulla terra dopo avergli insegnato le regole di comportamento umane, spesso proprio il destino in vita è determinato da quello che è successo precedentemente e nel viaggio dal mondo delle anime al mondo degli esseri umani.

Spirito.

Oltre alle anime dei defunti, vi sono altri esseri che operano invisibili, anche talvolta sono in grado di mostrarsi all'uomo. La loro esatta definizione non è semplice, si può utilizzare anche la parola demone se si intende con essa un numen divinum. La credenza è diffusa in tutta l'Africa subsahariana ed in svariati casi gli spiriti influenzano anche sulla prosperità dei prodotti dei campi, o assumono le funzioni degli spiriti della vegetazione, oppure esercitano benefico influsso su case, villaggi o in ambito di mestieri o classi sociali. Sovente le malattie mentali sono credute opera di spiriti, che si impossessano del corpo e possono essere scacciati solo grazie ad esorcismi.

Riguardo al regno animale, evitando confusioni con il fenomeno del totemismo, ci sono alcuni singoli spiriti che sono associati a determinati animali: fra i Nuer lo spirito Mabith alla giraffa e Nai allo struzzo. A questi alcuni studiosi aggiungono anche i fantasmi anche se sostanzialmente legati ai defunti. Gli spiriti soccorrevoli sono invece solitamente chiusi in tamburi, zucche o panieri e vengono evocati con riti magici per manifestarsi in particolari occasioni in cui esauriscono la loro funzione.

A seconda delle diverse concezioni religiose delle varie cultura, diversa è anche la dimora degli spiriti, in alcuni casi identificati in cielo o in corpi o fenomeni celesti, in altri nel mondo sotterraneo. Possono però anche vivere sulla terra, nella foresta, non sono però legati né al luogo né al tempo, ma godono di una certa ubiquità. Anche se non mancano gli spiriti protettori, vi sono anche quelli che incutono paura e contro i quali l'uomo si premunisce.

L'elemento corporeo è presente anche per gli spiriti, così in swahili gli spiriti rientrano nella stessa classe grammaticale degli esseri umani e presso gli Ashanti è diffusa la credenza di poterli ingannare, come dare il nome di un animale ad un neonato i cui fratelli sono morti prematuramente, per fuorviare lo spirito che si aggira per rapire il bambino.

Molti spiriti infine si sono fusi con divinità e non di rado hanno fatto passare in secondo piano l'Essere Supremo o vi si sono identificati, proprio in questo campo sono avvenute profonde trasformazioni in particolare per l'influsso dell'islam.

Divinità.

Le divinità non sono univocamente differenziabili dagli spiriti, Wundt aveva individuato tre caratteristiche essenziali:

  • Personificazione
  • Potere sovrannaturale
  • Esistenza ultraterrena

ma a queste caratteristiche, non sufficienti ad una individuazione univoca, sicuramente vanno aggiunti altri elementi come una gerarchia, e quindi la collocazione delle divinità in un posto più rilevante, ed una più accentuata personificazione.

Le divinità sono presenti in tutti i popoli dell'Africa subsahariana, e di solito hanno origine da due diverse concezioni. La prima è quella che vede la divinità in due divinità con differenti funzioni, così presso gli Ewe hanno il dio del temporale So che si è diviso nel membro maschile che vive in cielo in una casa circondata da fiamme e scaglia frecce e asce verso la terra, mentre dall'elemento femminile dipendono pioggia e fertilità, oltre che i prodotti di campi e foreste.

La seconda parla di due diversi aspetti della stessa divinità, in analogia con il cristianesimo si può parlare di due ipostasi, come la divisione, per al cune popolazioni del Nilo, in un dio nero ed uno rosso. Cielo e terra sono spesso concepiti come coppia di divinità, vale per gli Ibo e per i Twi, in altre forme religiose invece assumono importanza i corpi celesti creduti animali o uomini di razza anteriore, anche se questo tipo di credenza è andato perdendosi, i Ngbandi adoravano la luna così come tracce di culto lunare si sono trovate sulle coste del Camerun. Occorre comunque fare dei distinguo tra il culto lunare e le invocazioni alla luna, perché ad esempio i Nuer all'apparire della luna nuova, celebrano riti ad un dio e non all'astro.

Essere Supremo.

Il sommo dio o Essere Supremo occupa un posto a sé fra le divinità, essendo una figura di rilievo fra molte tribù, mentre per altre si trovano tracce di tale culto. Un esempio in merito è legato alla popolazione dei Kamba, in cui l'essere supremo ha formato gli esseri viventi, ma vive in cielo a distanza remota dagli uomini e tale popolazione gli rivolge solo molto raramente delle preghiere.

Fra alcune tribù il concetto di Essere Supremo è ampliata fino a comprendere il concetto di creatore del mondo, ed alcune volte, come in Africa occidentale, il dominatore dell'universo, figura benevola e senza caratteri materiali, la cui dimora è per lo più il cielo.

Costante prerogativa dell'Essere Supremo è vedere e conoscere tutto, gli sono poi assegnate funzioni che vengono evidenziate da alcuni appellativi, così i Ngombe lo chiamano formatore perché ha creato ogni cosa, ma anche immensità della foresta, cioè metaforicamente eterno ed infinito.

Non sempre l'Essere supremo viene ritenuto benevolo, avviene questo per gli Ashanti del Ghana ed i Shilluk del Sudan, anche se questa caratteristica spesso è legata all'assimilazione dell'Essere Supremo in altre divinità. Nonostante queste differenze nei particolari, tale figura è sostanzialmente unitaria anche se nei singoli idiomi assume i significati più diversi: si va da Mulungu ("grande famiglia di antenati") per i Kamba, a Kalunga che significa "regno dei morti"; da Ndjambi Karunga la cui radice significa "agire", a Loba che per le popolazioni bantu significa "sole".

Si può quindi affermare nei confronti dell'Essere Supremo non è valida la caratteristica comune a molte lingue africane che il nome definisce un essere, ma anche nella sua nebulosità, tale figura conserva un posto a sé: anche se lo si considera una specie di spirito, differisce sostanzialmente dagli altri spiriti. È così per i Kamba che distinguono Mulungu dagli aimu, ovvero le anime dei defunti. L'Essere Supremo, inoltre, se inserito in un sistema religioso, assume i caratteri di una divinità attiva e resta sempre a capo di una gerarchia degli esseri sovrannaturali, così tale divinità può fungere da fautore del destino, come nei popoli della Guinea settentrionale. Ma in generale nella pratica religiosa, tale figura ha un ruolo secondario, e rarissimamente è oggetto di un vero culto.

Il concetto di Essere Supremo infine da una risposta a problemi spirituali quali l'origine e la creazione degli esseri viventi, l'ordinamento del mondo; e la sua origine probabilmente risale alla personificazione del cielo diurno e notturno, a cui successivamente si sono aggiunti particolari legati per buona parte alle aspirazioni umane. È infine presumibile che l'Essere Supremo immaginato benevolo soddisfi la necessità di una entità che stia incrollabile al di sopra di tutte le forze ostili dell'esistenza.

Eroi culturali e tesmofori.

 

Il concetto di eroe assume diverse forme, tra queste ha una grande diffusione il mito di morte-rinascita: tale mito di solito prevede un mostro che ingoia tutto sul suo cammino, al quale sfugge una donna che partorisce un eroe che da adulto sconfiggerà il mostro e libererà cose e persone rimaste intatte nel suo ventre, ristabilendo l'antico ordine. L'ulteriore destino dell'eroe ha molte varianti, i Sotho per esempio credono che l'eroe venga ucciso e diventi il re delle divinità.

I riti iniziatici in cui l'iniziando viene ingoiato hanno un fine diverso: non è un ripristino del precedente stato ma un ingresso in un nuovo stato (esempio infanzia-maturità). Questi miti si possono leggere come paralleli alla sparizione e ricomparsa del sole.

Un altro filo conduttore molto utilizzato è quello del mito del re cacciatore che esce a caccia nonostante glielo sconsigli la madre e diversi segni premonitori, ferisca un bufalo ma ne rimanga a sua volta ferito e muoia, diventando sovrano dei morti. [senza fonte]

Oltre agli eroi culturali ne esistono altri che si possono definire tesmofori, essi personificano in prevalenza la figura del fabbro o del vasaio che insegnano agli uomini tale arte.

Del tutto diverso è l'"uomo celeste" dei Chaga, che fa da mediatore fra cielo e terra, si ricorre a lui per vendicare una ingiustizia, ad esempio. Nelle religioni africane è infine prevista la figura del demiurgo, anche se risulta secondaria perché in genere non differenziata chiaramente da quella di una divinità.

Ricerca di Giancarlo Bertollini

www.studiostampa.com

Una ricerca sui Sublimi Maestri Perfetti del XIV

Sublimi Maestri Perfetti - società segreta operante in Italia settentrionale nella prima metà del XIX secolo ad opera di alcuni Massoni che avevano dato origine in precedenza all'organizzazione detta Adelfia (o anche Filadelfia) e di elementi provenienti dalla Carboneria.


La denominazione di tale società è di ispirazione massonica in quanto è la fusione delle denominazione di due gradi massonici: quello di "Maestri Perfetti" e quello di "Sublimi Muratori".

Nel XIV Grado si parla del Tempio sotterraneo che il Patriarca Enoch fece realizzare rasentando la perfezione, dove si riunivano i Grandi Eletti, Perfetti e Sublimi Massoni per conservare e poi diffondere l’Arte Reale. 

Sebbene le notizie sulle origini siano frammentarie, la fondazione della società viene fatta risalire al 1818 ad Alessandria ad opera di Filippo Buonarroti. Le finalità che la società si riproponeva erano quelle di coordinare le azioni delle varie società segrete che venivano formandosi al tempo nel contesto del Risorgimento tra Piemonte e Lombardia, fra cui la Federazione Italiana guidata dal Conte Federico Confalonieri, partecipando anche ai moti del 1821.
 

Filippo Giuseppe Maria Ludovico Buonarroti 
(Piccola ricerca storica).
(Pisa, 11 novembre 1761 - Parigi, 16 settembre 1837) è stato un rivoluzionario italiano naturalizzato francese. 
Comunista Sognatore.
''Si strappino i confini delle proprietà, si riconducano tutti i beni in un unico patrimonio comune, e la patria - unica signora, madre dolcissima per tutti - somministri in misura eguale ai diletti e liberi suoi figli il vitto, l'educazione e il lavoro''. 

(Filippo Buonarroti, Cospirazione per l'uguaglianza, 1828)
È stato uno dei più importanti rivoluzionari europei del primo Ottocento, discendente della famiglia dell'artista rinascimentale Michelangelo Buonarroti. 

L'organizzazione settaria del Buonarroti. 

La setta buonarrotiana cambia spesso nome: nota all'inizio con il nome di Adelfia, diventa poi la Società dei Sublimi Maestri Perfetti, infine il Mondo. 

Essa non ha nulla a che vedere né con la massoneria, né con la carboneria: è una setta a parte. Tuttavia Buonarroti disponeva la propria organizzazione entro una cornice massonica: lavorando prevalentemente in zone ove esisteva una lunga tradizione della nostra Comunione e d'altra parte essendo la massoneria, se non proprio favorita, almeno tollerata da molti governi, egli rivestì la struttura esterna della setta, (per esempio i formulari e i riti) di una forte patina massonica. Ciò tuttavia era pura esteriorità: l'organizzazione buonarrotiana, che pure conosceva la distinzione in tre gradi, tendeva alla realizzazione di fini che non erano assolutamente massonici: l'avvento della piena sovranità popolare, la proclamazione della repubblica, l'attuazione della comunione dei beni. 

La Società dei Sublimi Maestri Perfetti, inoltre, si distingueva da tutte le altre sette. Aveva delle peculiari caratteristiche come l'assoluto mistero che circondava il grado superiore agli occhi del grado inferiore. Ciascuno dei tre gradi aveva 
un fine proprio: anzitutto l'iniziato al secondo grado sapeva che lo scopo della setta era la realizzazione della sovranità popolare, ma ignorava del tutto il programma di comunione dei beni, conosciuto solo dagli iniziati al terzo ed ultimo grado. 

Nel '700 illuminista il principio di tolleranza troverà una conclusiva definizione nel Traité sur la tolérance (1763) di Voltaire e la sua pratica attuazione nella Costituzione degli Stati Uniti d'America (1791) a cui seguiranno la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino il 26 agosto (1789), il Protocollo finale del Congresso di Vienna (1815); con il primo riferimento anche alla difesa delle minoranze etniche), il Trattato di Berlino del 1878, i Quattordici punti di Thomas Woodrow Wilson (1918), il Patto della Società delle Nazioni (1920), lo Statuto delle Nazioni Unite (1945), Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (1981), Carta di Algeri: Dichiarazione Universale 
dei Diritti dei Popoli (1976) ed altre solenni dichiarazioni. 

Nel quattordicesime grado (Loggia di Perfezione) c’è un forte richiamo alla Legge Morale piuttosto che a una Giustizia che si impone con delle  Norme. “Il Maestro Scozzese è sempre pronto a ben operare e non parla mai dei suoi Fratelli per calunniarli o dirne male“. 

(Sempre ricordando che gli Uomini nascono Liberi, ma con capacità diverse). 


Se gli Uomini restano Liberi NON SONO UGUALI

Se sono Uguali NON SONO LIBERI


E a proposito di Tolleranza: 

« La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi » 

di Karl Popper 

Proclamato baronetto dalla regina Elisabetta II nel 1965, Karl Popper nel 1976 è ammesso come membro alla Royal Society. Egli si ritira dall'insegnamento nel 1969 ma rimane intellettualmente attivo fino al 1994, anno della sua morte. Durante la sua vita Popper viene insignito di diversi 
riconoscimenti, tra cui il Premio Lippincott dell'American Political Science Association, il Premio Sonning, la Medaglia Otto Hahn per la Pace e l'ingresso alla Royal Society, alla British Academy, alla London School of Economics, al Kings College di Londra e al Darwin College di Cambridge. 
Anche l'Austria gli riserva diversi riconoscimenti. 

Ricerca e integrazioni di Giancarlo Bertollini 

IL RITORNO ALLE RELAZIONI UMANE AL DI LA DELLE CONCEZIONI TECNOLOGICHE MODERNE.

(da alcuni considerata superata)

Fin da piccoli, attraverso i media siamo colpiti soprattutto dalle straordinarie potenzialità legate alla Tecnologia, al Marketing, alla Comunicazione e dagli enormi vantaggi che dalla “scienza del mercato” le aziende e le associazioni ne traggono. Le finalità di questa disciplina sono e debbono essere quelle di garantire il più efficace impiego delle risorse, per ottenere risultati concreti su fronti critici quali l'incremento delle vendite, delle iscrizioni,
il contenimento dei costi, ecc. In un mondo che corre sempre più velocemente in equilibrio precario, cresce anche l’esigenza di soluzioni sempre più vantaggiose per lo sviluppo ma allargate al contesto in cui si opera: l’ambiente.
La nostra, infatti, è la prima generazione della storia, con il compito di decidere se la specie di cui facciamo parte, dovrà o meno continuare ad esistere: 
l’Uomo potrà salvarsi solo se impiegherà le risorse disponibili per tentare di riparare i danni provocati all'ambiente. 
Nei nuovi insediamenti ed in quelli doverosamente rinnovati, si profilano periodi di grande dinamismo e di una sempre più spietata concorrenza, dove sarà determinante il profilo della correttezza nello sfruttamento delle risorse.
Il nostro paradigma deve essere:
le "Aziende" non esistono, esistono gli Uomini che le compongono!
(Il fattore umano è tornato ad essere determinante).

Come fare ? Inizierei con l’applicare questi miei pensieri !

Vision - La Visione
Un Mondo migliore dal Nord al Sud, dall’Oriente all’Occidente, dallo Zenit al Nadir, con EcoManager impegnati verso uno sviluppo sostenibile.

Mission - La Missione
Collaborare al miglioramento, tenendo continuamente presente che:
le Aziende non esistono ma esistono gli Uomini che le compongono.

Behavior - Il Comportamento
Muoversi sempre con correttezza, ricordando che tutte le DIFFICOLTÀ sono benvenute, esaltano le QUALITÀ di chi le affronta e si chiamano OPPORTUNITÀ.

Tecnologia: è bene o è male?

Oggi viviamo, almeno nei paesi sviluppati economicamente, all'interno di ‘società tecnologiche’, così chiamate per evidenziare il fatto che il progresso tecnologico rappresenta un aspetto fondamentale della vita dei cittadini. Diversi sono gli atteggiamenti rispetto al continuo cambiamento imposto dalla tecnologia: da quello catastrofista di chi l’accusa di essere alla radice di molti, se non tutti, i mali del mondo moderno, a quello di chi invece entusiasticamente pensa che comunque la tecnologia migliori la vita di tutti. Entrambi gli atteggiamenti portano a esagerazioni, come quelle di chi vede la scienza come ‘buona’, in quanto ricerca disinteressata, da contrapporre a una tecnologia ‘cattiva’, volta solo al profitto, che rende meno ‘naturale’ la nostra vita. C’è poi un atteggiamento, anch'esso pessimista, che vede il progresso tecnologico come la causa di una crescente perdita di umanizzazione della vita quotidiana, o addirittura come una micidiale arma in mano ai governi per controllare, fin nel più minuto dettaglio, la vita dei cittadini.
Esempi chiari di questo atteggiamento sono il film Tempi moderni (1936), di Charlie Chaplin, e il romanzo “1984”, scritto da George Orwell nel 1949, quando il dibattito sulle conseguenze del progresso tecnologico era agli inizi. 


Certamente ci sono aspetti della tecnologia che creano problemi per l’ambiente e la nostra salute. Lo sviluppo di nuove tecnologie provoca l’obsolescenza di quelle precedenti, con immense quantità di rifiuti da smaltire; altre tecnologie, come quella del motore a scoppio delle automobili, sono molto inquinanti e diffusissime in tutto il globo.
Esiste però un diverso approccio a questo importante problema che si sta facendo strada: quello dello sviluppo sostenibile. Da una parte si riconosce che la tecnologia da sempre migliora le condizioni di vita, dall’altra si porta in primo piano la necessità di coniugare
lo sviluppo di un mondo sempre più popolato ed esigente in termini di risorse naturali con il minore impatto possibile sull'ambiente.
Nuove tecnologie dunque, ma più rispettose dell’ambiente. Questo atteggiamento consapevole dipende molto anche dalla volontà di tutti i cittadini, che sono gli utilizzatori finali di tanti prodotti della tecnologia. 
Scienza e tecnologia: un legame molto stretto. 
Esiste oggi una certa difficoltà a distinguere cosa sia scienza e cosa tecnologia. Un’idea molto diffusa è che la scienza si interessi alle leggi generali della natura, studiandola tramite discipline come la biologia, la chimica, la fisica. Questa opinione privilegia l’aspetto,
indubbiamente molto importante, della speculazione scientifica, spesso vista come una ricerca senza scopi immediati e completamente libera, ma relega la tecnologia a un ruolo soprattutto ‘pratico’ di applicazione delle leggi generali scoperte dalla scienza. È un’opinione piuttosto semplicistica e può portare alla pessima conclusione, anch'essa piuttosto diffusa, che la tecnologia ‘serve’, è utile, mentre la scienza è inutile e difficile.
La storia insegna invece che le cose sono più complesse e che scienza e tecnologia sono strettamente legate. Nel passato, molto più di ora, lo scienziato era anche un tecnologo raffinato, dato che spesso doveva costruire da sé i propri strumenti.
Inoltre molte invenzioni, come per esempio la macchina a vapore, precedettero anche di molto tempo la corrispondente teoria fisica, in questo caso la termodinamica, che ne spiegava il funzionamento.
Altre invenzioni fondamentali, oggi diremmo applicazioni tecnologiche, furono invece scoperte ‘per caso’ nel corso di ricerche scientifiche svolte per tutt’altro scopo, come la
lampadina, il cui principio di funzionamento fu scoperto nel corso delle prime misurazioni sulle conseguenze del passaggio della corrente elettrica in vari materiali. 
Non si sarebbe, in altre parole, mai arrivati alla lampadina (Thomas Alva Edison), semplicemente sviluppando e perfezionando le tecnologie di illuminazione già esistenti, come la candela.
Un altro esempio, simile ma ben più recente, potrebbe essere il web, sviluppato negli anni Novanta dello scorso secolo da scienziati e militari che si occupavano anche di fisica nucleare, semplicemente per scambiarsi documenti. Reso disponibile, in pochi mesi il web si diffuse in tutto il mondo.
Non sempre dalla scienza ‘pura’ discende il progresso tecnologico, anzi spesso avviene il contrario. La tecnologia, oggi come in passato, crea infatti nuovi strumenti che offrono ulteriori possibilità, a volte incredibilmente potenti, alla ricerca di base. Per restare nel passato pensiamo all’invenzione del cannocchiale, che dette a Galileo Galilei la possibilità di iniziare lo studio moderno dell’Universo. Oppure, per tornare ai nostri tempi, pensiamo a uno dei maggiori avanzamenti nelle scienze biologiche, la mappatura del DNA umano, possibile solo grazie alla disponibilità di strumentazione elettronica, computer e software molto evoluti.


Il Futuro: le Relazioni umane.

Forse non sempre ce ne rendiamo conto ma il fulcro attorno al quale ruota l'esistenza umana sta nella capacità di relazionarsi, di comunicare, di far passare il proprio pensiero così come vive dentro di noi e nel contempo comprendere quale sia il vero pensare altrui.
I bambini iniziano a sentire le piccole difficoltà del vivere quando perdono la sicurezza di essere compresi dai genitori. La difficoltà relazionale "principe" è il pensare che gli altri o semplicemente l'altro non ci comprenda. E' qui che nascono i problemi di relazione, le sensazioni di solitudine, alcuni disagi e persino molte depressioni. Agli umani non manca la capacità intrinseca di socializzare e di vivere in società; non mancano nemmeno i linguaggi per comunicare, con la parola, con i gesti, gli sguardi, le posture.
Tutto ciò però si impiglia nel decodificatore che ogni singola persona ha incorporato nel proprio io. E nei mezzi di comunicazione che ci stanno imponendo modelli su cui riflettere.
Le relazioni umane sono il centro di tutto. L'essenza ultima di ogni ansia umana finisce sempre col manifestarsi come un problema di relazione: con i genitori, con i figli, con i colleghi, con gli amici, con il partner, con i vicini, i concittadini, le diverse culture, etnie e via dicendo.
Comincio a pensare che la risoluzione di alcuni conflitti che appaiono ormai senza via d'uscita dovrà un giorno passare da un'analisi della capacità relazionale che hanno le persone, a livello di singolo, di comunità, di etnia o di popolo.
Non può esserci compromesso possibile laddove persone non vogliono categoricamente relazionarsi: non è percorribile alcuna strada diplomatica se non quella di cercare in qualche maniera di ricostruire una linea relazionale.
Per questo sono sostanzialmente contro ogni tipo di pregiudizio verso chiunque. La base per comprendere l'altro è sempre la relazione, il parlarsi, il comunicare. Nella chiusura a priori non può evolvere nulla se non l'esasperazione delle inconciliabilità, che alla fine si alimentano di loro stesse.
Lasciando i massimi sistemi e osservando il nostro piccolo mondo che ci circonda, la capacità di relazionarsi assume un'importanza cruciale nella qualità della nostra vita.
Una linea di pensiero affermatasi da qualche decennio, ha imposto il modello dell'autostima come la risoluzione della maggior parte dei crucci esistenziali. Per una serie di ragioni l'iniziazione all'autostima è stata fondamentale per alcune persone: penso alle donne che attraverso il riposizionamento del loro ruolo allo stesso livello del maschio hanno smascherato secoli di predominio maschilista, ipocrita quanto nefasto. Ma penso anche ai giovani che dal '68 in poi hanno, a fatica, comunicato al mondo che c'erano, sebbene poi ancora oggi il potere sia in mano ad una gerontocrazia troppo spesso inetta.
Potrei fare riferimento anche alle conquiste sindacali e ad altro, ma c'è un'altra faccia della medaglia. Il culto un po' narcisista dell'autostima ha creato fratture relazionali fra chi riesce a stimarsi davvero e chi invece, per un mucchio di motivi che nulla hanno a che vedere con il potenziale della persona, non ci riesce. Il sicuro di se', il brillante ha buon gioco nelle relazioni spicce (meno su quelle e medio/lungo termine), mentre il timido, l'umile, l'introverso si richiude in una solitudine che si autorigenera continuamente.
Tutto ciò è sempre accaduto ma oggi ha un effetto deflagrante per il tipo di comunicazione che si sta affermando sempre più giorno per giorno: la comunicazione liquida, volatile, che si compone di piccole frasi e pochi ragionamenti, che si esprime via messaggi o attraverso alcuni strumenti controversi tipo Facebook. Il tutto si mescola fra quantità e masse variabili.
La selezione è esercitata senza scrupoli, con dinamiche che solo vent'anni fa erano inconcepibili.
IL TELEFONO. 
Io sono nato in un'epoca dove il telefono suonava e uno per sapere chi stava dietro doveva alzare la cornetta e rispondere. Se c'eri bene; se non c'eri non rispondevi, se non volevi rispondere potevi farlo ma ti rimaneva il dubbio di chi ci fosse dalla parte di là della cornetta. Adesso si può vedere chi ti chiama e non rispondere. Sembra una faccenda da nulla ma è un modo di fare che spezza in maniera drastica il modello relazionale del "cercarsi". Le relazioni non comportano infatti il solo parlarsi ma nascono prima, nel cercarsi, nel ricordarsi di una persona, sia per un bisogno, sia per affetto, sia per il semplice sentire quella persona.
La selezione che i nuovi media comunicazionali consentono soffoca spesso alla fonte la possibilità di parlare, di ascoltare e farsi ascoltare, di spiegarsi. Alcune teorie un po' "snob" e vecchiotte, continuano a dire che la comunicazione attuale può contare su centinaia di canali ed è perciò molto facilitata. Anch'io la pensavo così fino ad un po' di tempo fa'. Ora mi chiedo se la quantità dei canali corrisponda davvero ad un miglioramento delle relazioni umane. Invece gioca un ruolo importante la qualità dei media, e su questo punto si sta progredendo verso una via che a me francamente preoccupa.
Ho paura che il relazionarsi si stia facendo sempre più a misura di "software" e sempre meno a misura d'uomo. Io, per esempio, non amo Facebook, anche se lo frequento, e mi spiace per i tanti amici che tendono a “viverci”.
Sembra di viaggiare fra tonnellate di titoli di giornale, ognuno con la propria testata e i propri titoletti. Niente di davvero interessante. 
Ma questa è una mia opinione.
Ciò che volevo dire è che c'è una mutazione delle relazioni umane che si sta sempre più codificando in "icone", frasi isolate, a me piace questo, a te quest'altro. 
Chi ha buon gioco è la persona estroversa, che si stima, che riesce a dominare più comunicazioni contemporaneamente e nella massa produce molte microrelazioni. Chi invece è di indole più riflessiva, meno esplosiva soccombe e rinuncia ripiegandosi su un disagio che probabilmente dimostrerebbe il contrario. 
Le relazioni umane dovrebbero, col tempo, recuperare una sostanza fatta di pensiero e non solo di contatti. 
Relazionarsi è il grande ed unico scopo che ha l'uomo nel vivere: confrontarsi, vivere in società, collaborare, costruire amicizie, conoscenze, amori; tutto è condizionato dalla potenzialità e dalla capacità di relazionarsi.
Un bel futuro non può prescindere da un buon relazionarsi. 


Lavoro/Ricerca di Giancarlo Bertollini