Mi accingo ad affrontare per me stesso e per voi tutti il tema dei quattro viaggi dell’Apprendista Libero Muratore.

Premetto unicamente che tutti noi sappiamo bene che ognuno di questi viaggi viene abbinato, e simbolicamente effettuato, in uno dei quattro Elementi alchemici di base, ovvero rispettivamente la Terra, l’Aria, l’Acqua ed il Fuoco. 


1.    Il primo viaggio: (La Terra)
Non si tratta di un vero e proprio viaggio, come i tre successivi che il rituale dell’Apprendista prevede nel corso della Cerimonia d’Iniziazione del profano.
Si svolge infatti all’interno del Gabinetto di Riflessione, nella fredda oscurità dell’elemento Terra. È qui che il profano avvia il processo di trasformazione su sé stesso imparando a pensare, esercitandosi all’isolamento. Può arrivarci rientrando in sé stesso, guardandosi dentro, senza mai lasciarsi distrarre da quanto accade fuori, intorno a lui.
I nostri antenati hanno paragonato quest’operazione ad  una discesa negli Inferi. Si tratta di penetrare nell’anima delle cose, onde arrivare a conoscerne l’intima essenza. Lo spirito deve imprigionarsi nelle viscere della Terra, dove non perviene alcuna luce esteriore percepibile dai nostri sensi.
Lì, nelle tenebre assolute, il solo lume della ragione evoca ed illumina immagini spettrali. Sono frammenti di scheletro simboleggianti la nuda realtà, spoglia delle sembianze delle illusioni, quindi una verità nascosta, celata laggiù, in fondo al pozzo. Un pozzo tanto profondo da raggiungere il centro della Terra, nonché l’interiore dell’essere umano.
È a questo che allude la parola VITRIOL, che gli antichi alchimisti consideravano di segreta interpretazione. Le lettere che la compongono ricordano la formula “Visita Interiora Terrae rectificandoque invenies occultum lapidem”, ovvero visita le viscere della Terra, e seguendo la retta via (attraverso le purificazioni) scoprirai la pietra nascosta, la pietra dei Saggi. Si tratta della famosa Pietra Filosofale, cioè di quella che i Liberi Muratori definiscono pietra Cubica.
La pietra Cubica rappresenta il fondamento di certezza che ognuno deve ricercare in sé stesso, per conseguire la condizione di pietra angolare della costruzione intellettuale e morale che costituisce la Grande Opera.
Nei misteri di Cerere ad Eleusi, il recipiendario (cioè l’iniziando) non era altro che il seme sepolto nella Terra. Qui subiva la putrefazione da cui sarebbe poi nata la pianta, virtualmente già contenuta nel seme stesso.
Il profano sottoposto al primo viaggio, ovvero alla prova della Terra, è chiamato all’impiego ed allo sfruttamento delle energie latenti che porta in sé. L’Iniziazione si prefigge come traguardo la totale espansione della sua individualità.
Il profano, nel Gabinetto di Riflessione, ha davanti a sé un pane ed una brocca d’acqua. Sono queste le uniche riserve alimentari che, come nel frutto e nell’uovo, servono da nutrimento al germe in via di sviluppo.
La morale del Saggio? Imparare ad accontentarsi dell’indispensabile, evitando scrupolosamente di rendersi schiavo del superfluo. 

2.    Il secondo viaggio. (L’Aria - Il Primo nel Tempio).
L’avviamento dell’esercizio del pensiero avviene nel buio, ove si può procedere solo ciecamente. Si avanza a tastoni, incespicando ad ogni passo contro ostacoli insuperabili senza l’aiuto d’un accompagnatore accorto. Il profano, partendo dall’Occidente (il dominio dei fatti, la realtà oggettiva, il mondo sensibile), Si avventura tra le tenebre nella zona  nordica. Egli penetra nella foresta oscura descritta da Dante in cui è nascosto il ramoscello d’oro che consente ad Enea l’accesso agli Inferi.
Il ramo sacro a Proserpina è la facoltà di induzione, che convince lo spirito a generalizzare i fatti osservati. Un’operazione mentale che può portare alle più false ipotesi. Il pensiero umano cade inevitabilmente di errore in errore. Sono imboscate e trappole che solo l’intelligenza può far evitare, se non addirittura eliminare. Una lotta lunga, estenuante e penosa, che conduce il profano all’Oriente (dominio dell’astrazione, la realtà soggettiva, il mondo intelligibile). Nozioni razionali e sintetiche sembrano rendere conto dei fatti. Ne conseguono delle deduzioni, ovvero un ritorno meno accidentato verso l’Occidente (i fenomeni sensibili), passando per il Mezzogiorno.
Il viaggiatore si impone le fatiche più estenuanti per salire faticosamente verso la cima della montagna scoscesa. Si è appena rallegrato con sé stesso per aver raggiunto un’altezza che gli concede un ampio piacevole panorama quando viene assalito da un violento temporale. La folgore lo acceca, il suolo trema, e la grandine lo bersaglia con violenza, mentre un vento furioso lo investe e lo travolge, facendolo precipitare nel luogo da cui era partito. Si tratta della purificazione dell’Aria contemplata dalle più antiche prove iniziatiche. Il soffio impetuoso dell’opinione generale scuote e fa crollare l’impalcatura fittizia delle congetture e delle convinzioni personali.
Sul piano puramente morale il secondo viaggio non è che l’emblema della vita umana. Il tumulto delle passioni, il conflitto tra interessi diversi, le difficoltà delle imprese, gli ostacoli che fanno moltiplicare i concorrenti smaniosi di nuocerci, sempre disposti ad annientarci, il tutto viene simboleggiato dalla irregolarità del cammino e dai rumori assordanti che dominavano il viaggio.
Il profano ha scalato con difficoltà un’altezza da cui sarebbe precipitato nell’abisso se un braccio protettore non l’avesse sorretto e trattenuto.  Questo indica come, isolati, dediti all’accumulo delle risorse individuali e preoccupati solo di avere successo nella vita, spesso ci affanniamo per raccogliere rovine ed illusioni.
L’egoismo è una guida fallace che conduce ai disinganni più disastrosi. 

3.    Il terzo viaggio. (L’Acqua - il Secondo nel Tempio).
Non ci si deve mai scoraggiare al cospetto di un primo insuccesso. Ogni buon pensatore, allorché deluso nelle proprie aspettative, si sforza di individuare le cause dei suoi errori, per poi ritornare sui propri passi.
L’esperienza vissuta l’ha reso diffidente, più cauto, per cui ora avanza con circospezione. Ricordando e temendo le insidie precedenti egli esita, si arresta, poi corre, per procedere ancora molto lentamente. Subisce una sorta di battesimo filosofico, un battesimo che lo priva di ogni macchia.
Con l’Acqua sta imparando una regola fondamentale dell’Arte Regia, incomincia a resistere all’impeto delle correnti alle quali, nel corso della vita, si abbandonano le nature comuni. Compete soltanto a lui il pensare, il riflettere, il ragionare, senza mai lasciarsi influenzare dalle opinioni altrui.
Al rumore assordante del secondo viaggio è subentrato un ticchettio di armi, simbolo delle lotte che l’uomo deve sostenere costantemente per respingere le influenze corruttrici che lo assediano, e pretendono di dominarlo. Deve lottare incessantemente per sottrarsi alla tirannia delle inclinazioni corrotte.
Tuttavia il Saggio sa tenersi lontano dai conflitti scatenati intorno a lui dalle passioni egoistiche. Egli attraverserà imperturbabile il campo di battaglia in cui si scontrano gli interessi opposti, attento soprattutto ad evitare la seduzione di ambiziosi senza scrupoli, che sanno accarezzare i desideri e aizzare gli odi solo per trarne profitto personale.
Ma non è sufficiente astenersi dall’errore e dal vizio. Le virtù negative, i vizi, indizi tuttavia di una rarissima saggezza umana, da sole non danno ancora il diritto al titolo di Iniziato.
Resta da superare l’ultima prova, la più temibile fra tutte. Il quarto viaggio. 

4.    Quarto viaggio. (Il Fuoco - il Terzo nel Tempio).
Se aspira a contemplare la Regina degli Inferi, ovvero la verità nascosta nel suo seno, l’Iniziato deve attraversare una triplice barriera infuocata. Si tratta della prova del Fuoco.
Il profano ora procede con passo più fermo e deciso, attraversando indenne il mantello di fiamme da cui viene avvolto per tre volte, raggiungendo alfine sano e salvo il suo scopo. Egli cammina senza difficoltà, non urta né inciampa in alcun ostacolo, e non sente alcun rumore.
Il suo quarto ed ultimo viaggio è diventato agevole grazie alla perseveranza con la quale ha saputo opporre calma e serenità alla foga delle passioni (le fiamme). Egli ha acquisito la capacità di osservare e giudicare serenamente.   È penetrato nel focolare centrale della conoscenza astratta, simboleggiata dal Palazzo di Plutone, la Colonna “J” presso la quale riceverà il salario.
L’Iniziato si ferma tra le fiamme senza esserne bruciato, ricavando piacevole conforto dal benefico calore da queste sprigionato. L’entusiasmo illuminato è una forza da cui occorre saper trarre profitto, poiché solamente questa trasmette l’energia necessaria richiesta dalla realizzazione delle grandi opere.
Un ardore vivo, governato con saggezza, che conduce l’Iniziato verso tutto ciò che è nobile e generoso. Spetta soltanto a lui mantenere acceso nel suo cuore il fuoco dell’Amore profondo per il suoi simili, verso il prossimo tutto, verso l’intera Natura.
Una vasta radiazione di simpatia si libererà da lui per avvolgerlo in un’atmosfera satura di benevolenza, aureola di energie occulte, energie che consentono di operare i più inaspettati prodigi, il lui stesso e nel mondo in cui egli opera.

Riservato: da un lavoro pubblicato su ESONET

Bufale - Misteri - Storia - Ipotesi !


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Perché i Lavori massonici si aprono sulla prima pagina del Vangelo di Giovanni.

Un momento centrale dei lavori massonici in grado di apprendista è l’apertura del libro della legge sacra alla prima pagina del prologo del vangelo di Giovanni, su cui vengono sovrapposti squadra e compasso.
La presenza sull'ara del vangelo giovanneo è strettamente legata al suo carattere iniziatico, gnostico ed esoterico, e all'universalità dei suoi contenuti, che vanno ben al di là di una prospettiva religiosa e confessionale.
“IL VERBO, LA LUCE, LA VITA”
In principio c’era il Verbo,
e il Verbo era con Dio,
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio con Dio.
Tutto fu fatto per mezzo di lui,
e senza di lui nulla è stato fatto
di ciò che è stato fatto, 
in lui c’era la vita,
e la vita era la luce degli uomini; 
Il prologo di Giovanni ha il suo nucleo teorico nella dottrina tradizionale del Verbo o Lògos, la Parola divina che è l’ordine da cui scaturisce quella che è in termini religiosi la creazione e in termini di pura dottrina intellettuale la manifestazione universale. In seguito a tale comando – il Fiat Lux che ordina il caos delle possibilità – si manifesta la Luce spirituale, che può considerarsi la prima creazione. Nello stato umano, cioè nel nostro mondo, la Luce spirituale si determina in luce dello stato sottile, il principio vitale di tale stato.
Tale in estrema sintesi la dottrina del Lògos contenuta nel prologo di Giovanni, dottrina che per il suo carattere di universalità è presente sotto varie forme in tutte le tradizioni.
IL VANGELO DI GIOVANNI E LA GNOSI
La dottrina del Lògos fu conosciuta in occidente principalmente con il pensiero platonico, attraverso cui improntò il cristianesimo, sia nella forma exoterica che doveva cristallizzarsi col concilio di Nicea e divenire la religione dominante in occidente, sia nelle varie forme gnostiche.
Non è possibile in un breve scritto valutare i contenuti delle varie scuole gnostiche, contenuti che, se sono talvolta eterogenei e spuri, lasciano spesso trapelare sprazzi di elevata consapevolezza dottrinale, metafisica e cosmologica, che è più difficile cogliere attraverso la spessa cortina teologica del cristianesimo cattolico romano exoterico come si configurò dal concilio di Nicea in poi.
Per secoli fu possibile conoscere i contenuti teorici delle varie scuole dello gnosticismo quasi esclusivamente attraverso gli scritti dei loro avversari, i padri della chiesa che le combatterono accanitamente. Una tale situazione si mantenne fino a tempi recenti e mutò, almeno parzialmente, solo con la scoperta effettuata nel 1945 nel deserto dell’alto Egitto di una vasta raccolta di antichi testi gnostici miracolosamente conservatisi fino a noi dall’antichità. Tale raccolta è oggi conosciuta come “La biblioteca di Nag Hammadi”.
LA DUALITÀ COSMICA
"e la luce brilla nelle tenebre
ma le tenebre non l’hanno compresa".
Tale passo del vangelo giovanneo concerne la dualità cosmica di luce e tenebre e i rapporti fra gli opposti.
Uno dei commenti più profondi al vangelo di Giovanni è quello del grande metafisico medioevale Meister Eckhart. Di particolare interesse sono i passi dove Eckhart illustra la dualità cosmica di luce e tenebre evocata dal testo evangelico: “È questo il senso delle parole: “ la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta”. La luce è Dio, e tutto quel che è divino e perfezione. “Tenebre” è tutto quel che è creato”… “bisogna notare che l’elemento trasparente della natura della luce non si vede mai e non appare luminoso, a meno che non gli si aggiunga qualcosa di opaco, come la pece, il piombo o qualcosa di simile”… “la luce risplende nelle tenebre perché in generale il principio rimane nascosto in se stesso, ma risplende e si manifesta nel principiato, come nel suo verbo.”… “la luce risplende nelle tenebre” perché il male è sempre nel bene, e non è visto, non è conosciuto e non brilla se non nella luce del bene. Così il falso non si conosce che nella verità, la privazione nel possesso, la negazione nella affermazione. E questo è quel che qui è detto: “la luce risplende nelle tenebre”. Ma il testo prosegue: “e le tenebre non l’hanno accolta”. Infatti niente è com-pletamente male o totalmente falso. “Non v’è alcuna falsa dottrina che non sia mescolata a qualcosa di vero” come dice Beda in una omelia. E lo stesso per le altre cose, cioè il possesso, l’affermazione e simili. Inoltre: “le tenebre non l’hanno compresa”, perché il male non stravolge, non falsa, non influenza, non denomina il bene in cui è. E così per le altre cose”
Le parole di Eckhart a commento del passo del vangelo di Giovanni riferentesi alla dualità cosmica si adattano mirabilmente al simbolo più importante di tale dualità cosmica presente nella Loggia massonica: il pavimento a scacchi.
Quest’ultimo rappresenta, oltre alla dualità di luce e tenebre, tutte le coppie di opposti, ed ha il suo equivalente nel simbolo estremo-orientale dello Yin-Yang. L’uno e l’altro simbolo esprimono in modo sensibile l’interpenetrazione e l’inseparabilità nel cosmo di luce e tenebre, descritta da Eckhart.
L’insegnamento Eckhartiano trova precisazione e integrazione in quello di Muhyid-din ibn ‘Arabi, il più grande maestro dell’esoterismo islamico, che così scrive sullo stesso tema nell’opera “Le rivelazioni di La Mecca”: “quando il Possibile si tinse di Luce, egli si volse verso la sinistra e vide il Non-essente. Cominciò ad esaminarlo. Era come l’ombra di un individuo che emana da lui quando è esposto alla luce. Il Possibile esclamò: “Che è ciò?”. La Luce rispose al Possibile dalla destra: “Sei tu stesso. Se tu fossi pura luce, non ci sarebbe base sostanziale per la tenebra. Io sono pura luce e non c’è tenebra in me. La luce che è in te è dovuta al fatto che una cer-ta parte di te è rivolta verso di me. Dovresti sapere che tu non sei me, poiché io sono luce sen-za tenebra. Tu sei luce mescolata alla tenebra, poiché una parte di te è rivolta verso di me e una parte verso il Non-essente. Così tu sei fra ciò che è e ciò che non è, e fra il bene e il male”… Dio è pura luce. Il non-possibile è pura tenebra. La luce non si muta mai in tenebra né la tenebra in luce. Ciò che è creato è una demarcazione fra luce e tenebra. Non ha in sé le carat-teristiche della luce o della tenebra. È qualcosa di intermedio e di misto che è governato da entrambe.”
IL VANGELO DI GIOVANNI 
E LA DOTTRINA MASSONICA
Il vangelo di Giovanni, sul cui prologo si apre ogni tornata rituale muratoria, è uno scrigno che contiene una parte importante della Dottrina Massonica, come si è cercato di fare apprezzare in queste brevi note.
Tale Dottrina, che non è altro se non una particolare espressione della Tradizione Unica, non solo esiste, a dispetto di quello che alcuni vorrebbero far credere, ma impronta con coerenza i rituali muratori e tutti i simboli presenti in quella raffigurazione del cosmo che è la Loggia. Essa non è fissamente chiusa su se stessa come i sistemi filosofici moderni o le altre costruzioni dogmatiche laiche e religiose, ma proprio perché si appoggia sui simboli è aperta a concezioni sempre più alte fino all'Illimitato Sovraformale.
Per attingere ad essa è sufficiente sapere e volere interpretare i simboli con chiarezza intellettuale e sincerità, aiutati in questo da una potente indicazione di carattere insieme simbolico e discorsivo qual’è il prologo del vangelo di Giovanni.

Tratto da un lavoro di Piero Vitellaro Zuccarello

VOLTAIRE

Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, 
ma tutta la natura ci grida che esiste. 

Francois-Marie Arouet, detto Voltaire, è sicuramente l'autore che, nella coscienza culturale settecentesca, così come in quella posteriore, meglio rappresenta i caratteri, gli ideali e i limiti dell'illuminismo francese. In lui, scrittore estremamente fecondo che sperimenta tutti i generi letterari, anche i più spericolati, convivono il filosofo, lo storico, il politico, il poeta e il romanziere. Tutte queste attività sono accomunate da uno spirito critico che oscilla tra la garbata ironia e il sarcasmo più corrosivo, soprattutto rivolto alla Chiesa cattolica (schiacciate l' infame era uno dei suoi motti) e ai pregiudizi in generale, che impediscono all' uomo di pensare con la sua testa, servendosi della propria ragione , la candela che ci illumina la strada (come l' aveva definita Locke). Quella di Voltaire è una vita che ben risponde al nuovo stile dell'illuminismo. Nato a Parigi nel 1694, egli fu esponente di quell'agiata borghesia francese che si avviava ad assumere un ruolo di primo piano nella vita economica e culturale del Paese. Da giovane fu assiduo frequentatore dei salotti parigini, in cui circolava una cultura di schietta ispirazione libertina, che molto risentiva di quei pensatori brulicanti nella Francia del 1600. Un'offesa perpetrata al cavaliere di Rohan gli causò una breve incarcerazione nella Bastiglia e un lungo esilio, durante il quale egli dimorò in Inghilterra, rimanendo fortemente affascinato dalla cultura e dallo stile inglese. Durante la sua lunga vita non gli mancarono onori e incarichi prestigiosi. Attraverso gli uffici di madame de Pompadour, favorita di Luigi XV, fu nominato storiografo e poeta di corte. Contemporaneamente entrò in stretti rapporti epistolari con il futuro re di Prussia, Federico II il Grande, e, quando i suoi rapporti con la corte francese si guastarono del tutto, si trasferì a Berlino presso il suo nuovo protettore, ormai asceso al trono. L' amicizia tra Voltaire, il philosophe per eccellenza, e Federico II, il re filosofo imbevuto di razionalismo, è emblematica dei rapporti che la prima generazione di illuministi cercò di intrattenere con il potere politico: l' idea generale era quella di riformare il tutto per avere una società più giusta, nella quale dominasse la ragione e si cercasse il bene per l' uomo; si cercò quindi di riformare partendo dall'alto, ossia cercando alleanze con i sovrani. Quando però ci si accorgerà dell' inattuabilità di questo progetto, ecco che allora si deciderà di riformare dal "basso" e scoppierà la Rivoluzione Francese. La critica della tradizione non veniva ancora intesa come attacco al potere costituito ma, senza mettere in dubbio i fondamenti giuridico-politici dell' assolutismo, i filosofi speravano di avere udienza presso i potenti, coinvolgerli nei programmi razionalistici e promuovere attraverso di essi, dall' alto la riforma della Società: tutto ciò diede luogo alle esperienze dell'assolutismo illuminato. Ma le speranze riposte da Voltaire in Federico II, come più tardi quelle riposte da Diderot in Caterina di Russia, rimasero deluse, e lo sposalizio tra filosofia e potere si tradusse presto in divorzio, preludendo alla nuova funzione che gli intellettuali illuministi avrebbero dovuto avere nei decenni successivi. Caduto in disgrazia anche presso la corte berlinese, Voltaire si ritirò dapprima in Svizzera e poi, per un ventennio, nel castello di Ferney, dove continuò l' infaticabile attività di scrittore. La sua fama era ormai grandissima, e le nuove generazioni di illuministi vedevano nell'anziano "patriarca di Ferney" un'autorità che si poteva a volte discutere, ma non disconoscere. Il suo ritorno a Parigi nel 1778, poco prima di morire, ultraottuagenario, fu un vero trionfo: l' illuminismo cominciava a celebrare se stesso e ad avviarsi, perciò, sulla strada del tramonto. Dopo il soggiorno in Inghilterra Voltaire pubblica le Lettere filosofiche (1734), nelle quali esprime la sua ammirazione per la cultura, i costumi e le istituzioni di quella nazione, che vedeva in quegli anni trionfare il liberalismo propugnato da Locke. L' Inghilterra diventa così indirettamente un modello da proporre ai francesi per uscire dalla loro arretratezza culturale e civile. Sul piano religioso Voltaire ammira la convivenza, realizzatasi sul suolo inglese, di fedi diverse e lo spirito di tolleranza che impronta i rapporti tra di esse. A livello politico il regime parlamentare presenta molti vantaggi rispetto alle tendenze oscurantistiche della monarchia francese. Ma è soprattutto sul piano scientifico e filosofico che gli inglesi hanno molto da insegnare. Voltaire infatti individua nel metodo sperimentale di Newton e nell' empirismo gnoseologico di Locke i due fulcri concettuali che hanno trasformato la cultura europea. Soprattutto attraverso Voltaire, quindi Newton e Locke appaiono agli intellettuali francesi (e poi europei) i capostipiti ideali della nuova cultura illuministica, i maestri di un nuovo modo di pensare che deve essere sviluppato in tutti gli ambienti del sapere e della cultura. In realtà il pensiero filosofico di Voltaire non presenta particolare originalità nel suo complesso. Esso si trova esposto , ad esempio, in opere quali il Trattato di metafisica (1734) e gli Elementi della filosofia di Newton (1738). La sua concezione del mondo naturale è strettamente legata al modello del meccanicismo newtoniano, a fondamento sperimentale, in esplicita contrapposizione con quello cartesiano, costruito con un' operazione astrattamente intellettuale. Di derivazione lockiana è invece la gnoseologia di Voltaire, che vede nell' esperienza il principio di ogni conoscenza ed esclude la possibilità di dare una risposta razionale ai problemi metafisici che vanno al di là della verificabilità empirica: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. Ancora di ascendente inglese è il deismo di Voltaire, avversario di ogni religione rivelata (schiacciate l'infame era il suo pungente motto contro la Chiesa cattolica) quanto di ogni forma di ateismo: l' esistenza di Dio, causa e ordinatore del mondo, è razionalmente dimostrabile, mentre và al di là di ogni conoscenza umana la definizione dell'essenza e degli attributi divini: secondo Voltaire, che in questo caso si avvicina molto al razionalismo aristotelico, l'esistenza di Dio può essere dimostrata con la ragione; Dio é il motore immobile, il garante dell' ordine nell' universo: Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, ma tutta la natura ci grida che esiste. La provvidenza di Dio si limita quindi a garantire l'ordine e la necessità delle leggi naturali e non investe le vicende umane (come aveva detto pure Epicuro). Partito da un moderato ottimismo, in cui (sull'esempio del poeta-filosofo Alexander Pope) si presume che la realtà, non soltanto quella naturale, presenti nel complesso un carattere ordinato e positivo. Voltaire approda poi a un sostanziale, anche se moderato, pessimismo. Nel Poema sul disastro di Lisbona (1756), il riferimento al terremoto che colpì quella città diventa motivo di sarcastica irrisione di troppi facili ottimismi: si tratta di una violenta requisitoria contro la Provvidenza che permette l'esistenza di mali gratuiti e orribili e contro le concezioni consolatorie dei filosofi sostenitori del provvidenzialismo. Voltaire riscontra amaramente che il "tutto é bene" mi sembra ridicolo quando il male è sulla terra e sul mare. Dieci secoli di atrocità e stupidaggini, esplorate nell' Essais sur les moeurs (Saggio sui costumi) danno a Voltaire una ragione in più per non credere tanto facilmente nella possibilità della felicità umana: bisogna ammetterlo, il male è sulla terra. Questo è il contesto in cui nasce Candido; il libro apparve anonimo ma, avendo alcuni amici riconosciuto il suo stile, lo scrittore protestò la propria estraneità all'opera definendola una coinnerie (coglioneria). Il romanzo filosofico Candido o l' ottimismo (1759) è esplicitamente diretto contro la concezione leibniziana del "migliore dei mondi possibile": si narra di un giovane, Candido appunto, di nome e di fatto, che passa attraverso inenarrabili disgrazie. Viene cacciato dal suo castello, é arruolato a forza in un esercito che non lo riguarda, fa esperienza di un naufragio e di un terremoto, cade nelle mani dell'Inquisizione e patisce un autodafè, perde infine tutte le ricchezze conquistate nel paese d'Eldorado. Nè meno sventurati sono i personaggi che circondano Candido: dalla sua amata Cunegonda sino alla vecchia serva, che assistono al massacro dei loro familiari, vengono esse stesse violentate, sventrate e mutilate, provano la miseria, il travaglio e la servitù. Alle tremende sventure subite da Candido fa da contrappeso l'ottimismo ad oltranza del filosofo Pangloss, il cui nome, di derivazione greca (pan tutto + glwssa lingua) significa pressapoco "colui che ha sempre da dire su tutto"; Pangloss é irrimediabilmente convinto della tesi leibniziana secondo la quale viviamo nel migliore dei mondi possibili. L'inconcussa fede filosofica di Pangloss non viene, almeno in apparenza, incrinata neppure dalle grandi sciagure che piovono anche sul suo capo, come su quello di tutti gli altri. Nella conclusione del romanzo, Pangloss insiste nel dire che tutto é andato per il meglio. Ma Candido-Voltaire, che ha ormai imparato la lezione di vita, preferisce rinunciare a ogni interpretazione metafisica della realtà, accontentandosi di operare utilmente nel piccolo spazio che gli é riservato. Il pessimismo di Voltaire è del resto accompagnato da una radicale critica all' antropocentrismo tradizionale. Riprendendo le tesi di Giordano Bruno, egli osserva come la rivoluzione copernicana abbia privato la Terra, e quindi l'uomo, della sua centralità nell' universo. L' uomo è soltanto un essere naturale al pari degli altri innumeri esseri che popolano l'universo e, contrariamente a quanto aveva sostenuto l'esistenzialista Pascal, non ha, rispetto al mondo della natura, nessun privilegio ontologico. Ma il tratto più caratteristico dell'opera di Voltaire, e insieme quello che meglio incarna, in generale, lo spirito dell'illuminismo, è la polemica religiosa, politica e sociale che contraddistingue soprattutto l'ultimo periodo della sua vita e trova l'espressione più sistematica del Dizionario filosofico portatile (1746). Le questioni metafisiche passano ora in second'ordine e il compito della ragione diventa piuttosto quello di elaborare una critica e una trasformazione della società che investa tutte le sue istituzioni. La concezione deistica di Voltaire viene ora apertamente finalizzata alla critica del cristianesimo, inteso come fonte di intolleranza e di guerra e, quindi ostacolo allo sviluppo storico dell'umanità: una religione del tipo di quella cristiana impedisce all'uomo di servirsi della propria ragione imponendogli di compiere assurdi atti di fede. Analogamente, in ambito politico, Voltaire difende il diritto di ogni cittadino alla libertà civile e politica (in primo luogo alla libera espressione delle proprie idee), in contrapposizione a un assolutismo dal quale egli non si attendeva ormai più alcuna collaborazione. I diversi aspetti della polemica illuministica di Voltaire trovano quindi il loro centro unificatore nella difesa della tolleranza come valore imprescindibile per garantire pace, giustizia e progresso civile, come egli sostiene accoratamente nel Trattato sulla tolleranza del 1763; 'disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo' egli afferma (riprendendo una frase di Evelyn Beatrice Hall - n.d.r.). Un contributo estremamente rilevante al pensiero illuministico è dato da Voltaire anche sul terreno della riflessione storica. Ciò non soltanto perchè egli è autore di grandi opere come Il secolo di Luigi XIV (1751) e il Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni (1756), che costituiscono ottimi esempi di storiografia illuministica; ma in quanto, in queste stesse opere, Voltaire è anche propugnatore di una filosofia della storia (l'espressione stessa è coniata da lui) cioè di un'indagine filosofica sul significato generale del processo storico nella quale il fondamento unitario dello sviluppo dell' umanità è ritrovato nel concetto di progresso. La storia consiste in un graduale processo di incivilimento, di civilisation, dell' umanità, a partire dalla condizione selvaggia fino alle quattro grandi espressioni della civiltà umana: l' Atene di Pericle, la Roma di Cesare e Augusto, la Firenze dei Medici e la Francia di Luigi XIV. Il progresso non è quindi qualcosa di necessario e ininterrotto, ma conosce pause e involuzioni, come dimostra il periodo del Medioevo. Con ciò l' illuminismo continuava, su un piano filosofico oltrechè storico-filologico, il programma bayliano di rivalutazione della scienza storica, sminuita dalla condanna cartesiana, anche se ancora permangono pregiudizi storiografici (come, appunto, la svalutazione dell' età medioevale) che saranno eliminati solo dalla storiografia romantica .

                             a cura di Diego Fusaro

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V.I.T.R.I.O.L.

E’ intenso in me il ricordo dell’iniziazione. Era il 2 Luglio del 2015, ed io, un profano, venni introdotto in quello che chiamarono il gabinetto di riflessione, da due uomini incappucciati e vestiti di un lungo mantello nero.
Entrai in quello che per me era poco più di uno sgabuzzino molto stretto e mi sedetti. Vidi molte cose strane, lo ammetto, ma una particolarmente catturò la mia attenzione: alle mie spalle, affissa al muro nero c’era una scritta bianca: V.I.T.R.I.O.L. Sono sempre stato curioso per natura e ho sempre odiato non conoscere il significato delle cose, ambendo - ogni qualvolta mi si proponesse un termine nuovo o un concetto sconosciuto o su cui sapevo poco -  di informarmi e renderlo mio una volta per tutte.
Ammetto che la prima cosa che provai a fare fu mettere la mano nella tasca, ma il mio smartphone non c’era, lo avevo lasciato in una cesta agli uomini incappucciati che mi chiedevano di lasciare i metalli fuori dal tempio: svolsi l’intera iniziazione senza conoscere il significato di quella parola, fu un incubo.
Quella sera, dopo l’iniziazione tornai a casa e la prima cosa che feci fu andare su Google e digitare quella parola così strana. Lessi tutto il possibile e ora a distanza di un anno, con un poco di esperienza in più e ben conscio degli obiettivi interiori prefissati vorrei riportarne un breve resoconto.
L’acronimo - al quale a volte si aggiungevano ulteriori due lettere V.M., sta per: “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Veram Medicinam), che tradotto alla lettera vuol dire “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta (vera medicina)” - comparve storicamente per la prima volta nell'opera Azoth del 1613 dell'alchimista Basilio Valentino.
L'invito, rivolto alla “terra” interiore di ciascuno, è evidente. È l’inizio di un percorso, una frase programmatica, il momento indispensabile del percorso iniziatico.
È una parola derivata direttamente dall’insieme degli insegnamenti, dei suggerimenti e delle proposte operative, oltre che dalle speculazioni alle stesse connesse, che nel corso della storia sono state tradizionalmente trasmesse, e a noi giunte sotto il nome di Alchimia. Da ciò risulta evidente che il riferimento a tale termine comporta il riferirsi ad uno dei materiali con i quali gli operatori, gli Alchimisti, tendevano a realizzare la trasformazione del piombo, o comunque di una materia vile e di scarso valore, in oro, il compiuto raggiungimento del fine ricercato.
Metaforicamente si traduce nel dissolvimento degli aspetti più duri ed egoistici della persona, così come degli elementi fisici più grossolani (i.e. piombo), per ricomporli in forma nobile e giungere alla realizzazione del materiale più pregiato (l’oro).
Come anticipato, la prima parola nella parete nord del gabinetto di riflessione, in alto, appunto è V.I.T.R.I.O.L.
Ed è da tale parola che l’iniziato parte per portare a termine il suo primo viaggio, quello riguardante la Terra, viaggio da compiersi fuori dal Tempio massonico, decisamente presupposto per l’iniziazione quasi fosse una direttiva di carattere generale prima ancora di ogni altro singolo invito ed ammonimento.
Già da una prima lettura di tale acrostico (parola-frase) possiamo bene intendere che, mentre per un verso si vuole comunicare un insegnamento ed un significato consequenziale utile a chi lo riceve, quale percorso ed operazione da compiere per il ritrovamento di una soluzione delle problematiche che hanno spinto l’iniziando stesso a richiedere l’iniziazione muratoria, per l’altro la parola stessa contiene in sé – oltre al senso letterale della frase già palesato – anche qualcosa di più del semplice invito operativo che viene solennemente fatto. 
Il significato della parola V.I.T.R.I.O.L (ed ancor più quello di V.I.T.R.I.O.L.U.M), è ben altro, ben più impegnativo e risolutivo dei problemi dell’individuo.
Mi incuriosisce innanzi tutto il senso della frase e il significato da dare al contenuto della stessa, da attualizzarsi sui diversi possibili piani operativi, ma quel che ancor più incuriosisce è il fatto che il suo senso apparente costituisce un risultato che dovrebbe ritenersi compiuto una volta effettuato il viaggio nella Terra. 
Tale viaggio, allora, potrebbe avere una duplice finalità: 
   1.     terminare con la morte della persona fisica ed il passaggio all’oriente eterno: in tal caso il percorso si interromperebbe laddove si è arrivati e la pietra nascosta potrebbe essere il livello di crescita personale raggiunto.
   2.     potrebbe anche essere inteso come un ammonimento che sollecita l’iniziando, il compagno ed il maestro a ripetere di continuo l’operazione, grado dopo grado, carica dopo carica senza mai avere un vero e proprio fine ma solo una tensione ad esso.
In realtà la ricerca dell’effettivo significato della frase, e la proposta primaria di attenzione da prestarsi a tale termine, costituiscono essi stessi la ricerca della pietra nascosta: una sorta di tautologia. 
Ma è il profano a trovarsi dinnanzi a questa frase: l’insegnamento che sta per intraprendere vuole che l’iniziando sia consapevole, desto, non rinchiuso, né condizionato da e in soluzioni banali, scontate o dogmatiche delle tematiche che la realtà a lui propone.
A tal fine lo stimola e lo mette, già con questa prima parola, alla prova, palesando apparenti contraddizioni di significato, di terminologie e di situazioni che esigono invece una soluzione del tutto giustificante ogni possibile dubbio e domanda. 
Soluzioni che vogliono appunto l’adozione della massima attenzione e l’esecuzione di una effettiva indagine con l’attivazione piena delle facoltà presenti nell’individuo, del pensare, del riflettere, meditare, coordinare e trarre conclusioni ma soprattutto della ricerca coadiuvata di tutti i fratelli di una loggia.
Il visitare comporta una presenza fisica, non è una semplice comparsa. Non un semplice pensare o intervento mentale, ma la partecipazione dell'interezza della persona. Una presenza fisica con un’intensa motivazione nella ricerca. 
Tutti noi da bambini giocavamo alla caccia al tesoro o quantomeno eravamo soliti nascondere gli  oggetti per noi preziosi in luoghi inaccessibili agli estranei. La ricerca del tesoro nascosto ha sempre alimentato un’inguaribile frenesia nelle capacità umane, negli istinti più sopiti con una continua tensione alla scoperta,  pervasa da sentimenti sempre positivi e dall’aumento della fiducia nelle proprie capacità.  
Il termine visitare, d'altronde, significa anche assumere un atteggiamento dinamico, bandendo la staticità; significa procedere al fine di osservare, analizzare, scegliere determinati percorsi ed avanzare per raggiungere il fine che ci siamo proposti.
Ma qual è l'oggetto della visitazione? Il luogo viene indicato quale l'interno della terra, non la superficie, ma la parte più nascosta e non visibile ordinariamente. 
Il visitare la parte più nascosta della terra rimanda inesorabilmente al termine “Katabasis”, la discesa verso gli inferi. Ercole, Polluce, Orfeo, Inanna, Kessi, Xolotl, Enea, Dante, Gesù Cristo (morto per poi risorgere) sono solo alcuni degli esempi di quella che è una chiara prerogativa ancestrale dell’essere umano da millenni: scendere nel regno dei morti per poi fare ritorno in quello dei vivi.
Seppur le enormi diversità di questi miti e dei percorsi interiori di ognuno degli eroi che hanno provato la discesa, la finalità è sempre la stessa: un percorso di trasformazione del proprio io, dell’anima, la sconfitta della morte in favore della vita e della conoscenza eterna.
Lo scopo della discesa, della visita all’interno della terra è quindi la catarsi, l’introspezione, che si attuano per l’iniziato attraverso il superamento di alcune prove basate sugli elementi fondamentali: terra, acqua, aria e fuoco e subito dopo la prova più ardua che coincide con l’inizio del percorso massonico. 
CONCLUSIONI PERSONALI  - γνῶθι σαυτόν (gnōthi sautón).

Ragionando sul significato del VITRIOL non fa che tornarmi in mente il motto Socratico del “conoscere se stessi” quale condizione fondamentale dell’uomo: un’intera vita volta alla ricerca e alla conoscenza della propria persona non sarebbe una vita sprecata. 
Ho sempre creduto che la conoscenza di se stessi sia un percorso certamente individuale ma imprescindibile dell’apporto di coloro che incontriamo sulla nostra strada.
La nostra vita può avere senso solo se rapportata agli altri; sono sempre stato della ferrea convinzione che l’unico modo di vivere una vita degna sia quello di dedicarla agli altri.
Da ciò ho la presunzione di affermare che la ricerca della pietra nascosta e la discesa nella terra sia possibile solo attraverso l’aiuto dei fratelli e delle sorelle; una ricerca collettiva dove ognuno perverrà ad una propria risposta, dove ogni fratello troverà la propria pietra nascosta e starà a lui scegliere se condividerla con gli altri ed iniziare un nuovo viaggio o se tenerla per se, egoisticamente.
                                     
                                               Matteo Corallini