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Io e Daemon

Vorrei rendervi partecipi di uno di questi miei dialoghi avvenuto durante un viaggio che ha per oggetto proprio la nostra Istituzione.

IO – Lo sai cosa mi stavo domandando? 

Daemon – Cosa?

IO – Mi stavo domandando se in Massoneria è importante oppure no studiare vari testi per progredire nel percorso massonico

Daemon – Beh.. Dipende

IO – Da cosa?

Daemon - Come tutte le cose dipende dall'uso che si fa dei vari testi. Devi operare, specialmente in massoneria, una netta distinzione tra erudizione ed elevazione spirituale. Quello che vogliamo noi massoni è l'elevazione, il cambiamento. 

Se mi permetti ti faccio un esempio che chiarirti la cosa. 

IO – prego fai pure

Daemon – È come avere un manuale che ti spieghi come fare a salire una scala. Tu leggi il manuale ma non sali la scala. 

Il manuale è inutile. 

Molti in massoneria hanno tutti i manuali ma non attuano quello che c'è scritto. Diventa, in pratica, solo erudizione. 

Come se un cattolico si definisse tale solo per aver letto i vangeli. 

Le cose, caro amico, vanno applicate, se no diventa un mero nozionismo che snatura in maniera drammatica l'essenza stessa della nostra istituzione. Studiare, conoscere, è importante ma poi bisogna metterci del proprio, bisogna applicare quello che si studia. Lo stesso, vedi, accade per gli strumenti dell'arte Muratoria. Essi rappresentano delle allegorie, dei simboli, che, una volta acquisiti, metabolizzati, studiati, bisogna UTILIZZARE, applicarli praticamente, altrimenti tutto diventa teorico e vuoto. 

Si corre il rischio di trasformare quello che è un percorso dinamico in un contenitore vuoto. 

IO – molto interessante ma come si fa ad applicare, a passare dall'erudizione, dalla teoria alla pratica?

Daemon – Il primo passo è proprio quello che stiamo facendo io e te. Il dialogo interiore. Tu dovresti sapere come si impara a praticarlo. 

Tutti, tu compreso, siamo stati apprendisti. Tutti siamo stati costretti al silenzio per un anno e più. Questo silenzio serve proprio a stimolare il dialogo interiore con il proprio Daemon. Esso è un silenzio solo esteriore. Interiormente, infatti, ogni apprendista DEVE essere pervaso, durante le discussioni in loggia, da un fuoco. Deve porsi domande e cercare di darsi delle risposte. 

Immaginare (sì l'immaginazione è uno strumento importantissimo dell'arte Muratoria) i propri interventi durante i lavori di loggia. 

IO – si, in effetti ora che mi ci fai pensare è quello che facevo durante il mio periodo di apprendistato. "Ah, Se avessi la parola direi questo...", "non è stato affrontato questo aspetto nella discussione...", "ah se potessi intervenire potrei apportare qualcosa di costruttivo...". Non ti nego che a volte sono stato sul punto di intervenire e prendermi di forza la parola! Immagina che disappunto avrei prodotto tra i fratelli anziani, sarei stato richiamato e redarguito dal mio Maestro Venerabile di sicuro. 

Daemon – Esatto! Questo è il primo passo di un processo (che molti definiscono alchemico) che porterà al primo degli innumerevoli cambiamenti che, chi frequenta la  Loggia, auspica. 

IO – sarebbe?

Daemon – L'annientamento dell'Ego. 

Solo annientando il proprio Ego si può iniziare a sentirsi parte di un Meta-Organismo quale è la Loggia, come i massoni dicono in gergo, “Diventare una pietra squadrata” che si incastra alla perfezione nella costruzione organica ed armoniosa.

IO – Mi trovi d'accordo! Vorrei però farti un'ulteriore domanda. Abbiamo assodato che il primo lavoro (forse il più importante) è svolto dall'apprendista con il proprio silenzio ed il relativo dialogo interiore. Come si continua quando si avanza nella scala di perfezionamento? Come evolve questo lavoro quando, da compagno, si inizia a parlare ed intervenire nei lavori di officina? Inizia e finisce tutto nel grado di apprendista?

Daemon – Certo che no! Il lavoro iniziato con l'apprendistato è un lavoro eterno. Il dialogo interiore  continua in eterno, anzi, procedendo nei vari gradi esso diventa sempre più importante ed articolato. In più, però, è compito del compagno e del maestro condividere i propri ragionamenti interiori con il resto della Loggia. 

È proprio attraverso questa condivisione che il massone risolve il fenomeno Gnoseologico. 

Solo attraverso la condivisione delle proprie idee che si può giungere alla verità, a quella agognata costruzione del tempio metaforico, che funge da trade union tra i massoni operativi e quelli speculativi. 

La verità, per un massone, non può che essere CONDIVISA. Non può esistere, quindi, nessun essere umano in grado di detenerla, tutti ne possiedono un spicchio e solo mettendo insieme i vari spicchi, i vari frammenti, si può giungere alla ricostruzione della lastra originaria frammentata. 

Ti dirò di più! 

La condivisione non serve solo per raggiungere (sarebbe meglio dire avvicinarsi) alla verità ma serve anche per raggiungere la propria unità interiore. 

IO – Spiegati meglio

Daemon – Come molte correnti iniziatiche mettono in evidenza al nostro interno vige il caos più totale. Ho detto prima che il nemico più terribile del massone è il proprio Ego. Il problema è che non esiste UN Ego. Ne esistono tanti, molteplici. Altro compito del massone è raggiungere l'Unità, il centro. 

Questo si può ottenere, se si segue la via della massoneria, solo all'interno dell'officina. Solo frequentando la Loggia (durante i lavori di Loggia) si può giungere alla creazione di un Meta-Organismo, l'Adam Kadmon molto caro ai Kabbalisti. 

IO – Devo dirti che da questo dialogo mi sto arricchendo. Sto facendo anche dei collegamenti molto interessanti con la cultura orientale. La massoneria, da quello che sto capendo, ha dei punti di similitudine con alcune correnti iniziatiche orientali. In oriente è molto praticata la meditazione. Questo dialogo interiore, di cui abbiamo parlato, può essere paragonato ad una sorta di meditazione?

Daemon – È sicuramente una forma di meditazione. Una forma di meditazione tipica della massoneria ma che è sostanzialmente diversa dalla meditazione orientale (come ad esempio quella buddista). Mentre nella meditazione orientale, ad esempio, si cerca (bisogna vedere se ci si riesce) di annullare il pensiero, nella meditazione massonica, al contrario, si stimola il pensiero. 

Le tecniche di meditazione orientale insegnano come non pensare, mentre le tecniche di meditazione massonica insegnano come canalizzare il pensiero utilizzando l'allegoria degli strumenti muratori. 

IO – È vero! Noi siamo macchine, macchine in perenne movimento, in un perenne stato stazionario, macchine che non si fermano mai. Miriadi di reazioni chimiche avvengono continuamente nel nostro organismo, il cuore che non cessa mai di battere, la respirazione che avviene sempre. Anche nel nostro cervello avvengono incessantemente reazioni chimiche e gli impulsi elettrici che passano tra i vari neuroni non si interrompono mai, se non dopo la nostra morte. 

Non pensare è impossibile, è pura illusione. Dentro di noi c'è un caos perenne. 

Il creatore, però, ha canalizzato questo caos trasformandolo in un ordine prestabilito. 

La scintilla originaria, però, quel caos da cui deriviamo, continua a rimanere sempre dentro di noi.

Daemon – Esatto! 

È questo il dono più grande che il Grande Architetto dell'Universo  ci ha concesso, la capacità di scegliere (LIBERO ARBITRIO) se trasportare questo ordine nei nostri pensieri e nelle nostre azioni o abbandonarci al caos primordiale. I due poli (positivo e negativo) della batteria cosmica (Caos ed Ordine) sono necessari. Senza di essi non ci potrebbe essere movimento e quindi cambiamento, ma sta a noi decidere come canalizzare questo movimento (“bisogna avere un caos dentro di sé per generare un stella danzante”). Ascoltando il mondo circostante (i segnali che ci provengono dal mondo esterno, radio, TV, mass media) siamo necessariamente travolti dal caos, da una miriade di informazioni che ci bombardano quotidianamente. 

È proprio questa la lezione che la Massoneria ci dà e che fa di essa una scuola iniziatica incredibilmente moderna ed attuale, nonostante i suoi oltre 300 anni di storia.


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Esoterismo nelle Opere di Walt Disney

Spiegherò qui, molto brevemente e schematicamente, il significato esoterico di una favola per “bambini” nella sua versione “disneyana”: “Biancaneve e i sette nani”.

Premetto che Walt Disney fu massone, e perciò nei suoi lungometraggi veicolava spesso un sapere esoterico velato da simboli il cui significato può essere completamente noto solo a chi “ha occhi per vedere”.

Biancaneve rappresenta l’anima umana, ovvero il nostro Femminino Sacro o Sophia Interiore, che è pura o vergine, ecco perché “bianca-candida” proprio come la neve.

La neve è infatti uno stato di aggregazione dell’acqua, è ghiaccio, e l’acqua è l’elemento simbolo del femminino per eccellenza (il simbolo esoterico dell’elemento acqua è un triangolo con la punta verso il basso, l’apparato genitale femminile è proprio costruito secondo questo archetipo, ci si figuri infatti l’utero con le ovaie e la vagina).

Biancaneve (l’anima) è figlia di un Re (lo spirito, il Padre), e nelle sue vite terrene o incarnazioni risulta prigioniera della Matrigna (la Natura, ma in generale l’ego-astrale).

Sappiamo che la Matrigna, ossessionata dalla competizione con Biancaneve, chiederà in continuazione al suo Specchio (il pensiero riflesso) chi tra le due sia la più “bella”.

La Matrigna desidera il cuore di Biancaneve, organo legato all’anima e al femminino sacro, vaso o Graal della Coscienza Cristica.

Senza il Cuore (sede delle Forze dell’Amore), Biancaneve non potrà mai liberarsi dal suo stato di prigionia (corporale/materiale), questo vuol dire appunto “morire” al Regno dello Spirito.

Il cacciatore rappresenta colui che è in relazione agli animali interiori, che uccide le nostre forze “animali” (ma comunque sacre), rappresentando così anche tutta la nostra istintualità.

I 7 Nani sono invece rappresentazioni dei 7 Chakra, centri energetici nel nostro corpo (e perciò anche dei 7 Vizi/Virtù ad essi correlati), ma più in generale rappresentano le forze astrali-planetarie.

Essi lavorano nella miniera-caverna del corpo (e dell’inconscio), dalla quale cercano di estrarre dei “diamanti”, ossia qualità e virtù: “trasmutano il piombo in oro” per la costruzione del famoso “Corpo di Gloria” della Tradizione Cristiana o, per l’appunto, “Corpo Diamantino o di Diamante” della Tradizione Orientale.

Per quanto riguarda l’associazione tra i Nani e i sette pianeti, abbiamo:

– Brontolo è associato a Saturno (per alcuni Marte);

– Mammolo alla pudicizia di Venere;

– Eolo ricorda la forza irruenta di Marte;

– Dotto è legato alla giovialità di Giove (per altri Saturno);

– Pisolo rappresenta il mondo onirico della Luna;

– Gongolo la vanità del Sole (per alcuni Giove);

– Cucciolo la duttilità di Mercurio.

Biancaneve conosce i sette nani, prende coscienza di loro, dopo essersi addormentata e poi risvegliata nella foresta (l’inconscio). Qui possiamo sia vedervi l’incarnazione dell’anima nella “selva oscura” del mondo materiale, sia una fase di V.I.T.R.I.O.L. alchemico (la discesa agli inferi).

La Casa dei Sette Nani rappresenta il Corpo Fisico: la casa è infatti piccola, si tratta dunque di un luogo molto circoscritto, angusto, “stretto” per l’Anima-Biancaneve.

Tuttavia i 7 Nani, innamoratisi di Biancaneve-Anima, lavoreranno e collaboreranno pienamente affinché ella possa liberarsi definitivamente della Strega-Matrigna (ego-astrale).

La Matrigna-Natura (parte luciferica dell’essere umano) donerà a Biancaneve una mela, proprio come il Serpente-Beliar-Lilith la “dona” a Eva in Genesi (Peccato Originale).

La “mela” (il frutto dell’albero della conoscenza) ha un bell’aspetto esteriore, molto invitante, il rosso scuro rappresenta le forze dell’Eros (il colore della passione del sangue), sembra dunque un frutto molto buono in apparenza, ma in realtà nasconde un veleno (il dolore, la sofferenza, la malattia e la morte).

Così Biancaneve, buona ma un po’ ingenua, si lascia ingannare dalla bellezza esteriore di tale frutto decidendo di assaggiarlo, ma non appena lo morde allora subito “cade” in uno stato di sonno profondo, incoscienza: rappresenta lo stato attuale di sonno-caduta delle anime umane avvenuto ad opera delle entità luciferiche. Per risvegliarsi da tale stato di “sonno”, gli esseri umani dovranno appunto lavorare o, meglio, “fare un lavoro” sui 7 chakra/vizi.

Lavorare con le 7 forze o influenze dei pianeti-metalli: sublimare le forze “telluriche” in forze “uraniche”. 

Il Principe-Azzurro, naturalmente, simboleggia il Cristo (azzurro è il colore del Cielo-Spirito), e rispetto all’anima rappresenta il Mascolino Sacro in noi, per cui è “Amore” a prima vista per Biancaneve.

Biancaneve-Anima si ridesterà dal suo sonno solo quando il Cristo/Principe la “bacerà” (la bocca rappresenta infatti il Logos-Cristo-Verbo-Parola): ecco il Matrimonio Mistico, le famose Nozze Alchemiche tra lo Sposo/Cristo e l’Anima umana, tra il Mascolino Sacro e il Femminino Sacro in noi, che una volta uniti porteranno alla nascita del “Secondo Adamo”, l’Androgino, il Figlio dell’Uomo: la Grande Opera Alchemica è così compiuta.

“Tutto è compiuto!” – come dice nei Vangeli lo stesso Gesù-Cristo

NOTA:

Iside-Sophia è sposa, sorella e madre del Cristo; il quale a sua volta è unito allo Spirito-Padre in quanto Figlio nella Trinità, ma è anche lo Sposo e al contempo il Figlio dell’Uomo (in quanto Cristo interiore, prima “bambino” e poi “maturo”, quando viene ad abitare nell’anima umana, unendosi ad essa).

Ovvero il Cristo è Padre quando ingravida la Madre-Anima, per generare tramite lei sé stesso come Figlio dell’Uomo.

Da un lavoro di Ciro Scotto 

“Biancaneve e i sette nani”, ovvero una lettura in chiave esoterica delle opere del Fr. WALT DISNEY

La vita è sogno (Calderòn de la Barca)

Il sogno è vita (Luigi Pirandello)

Quando ho appreso che anche il celebre Walt Disney apparteneva alla nostra Famiglia confesso di avere provato un senso di stupore e pure di gioia: avevo finalmente trovato la giustificazione del sentimento di gratificazione provata da ragazzo – e mai del tutto scomparsa – quando leggevo le sue storie, i cui personaggi ho sempre considerato come esseri veri, reali e a me vicini. Da adulto, in compagnia delle mie bambine, ho spesso rivisitato le sue opere cinematografiche più famose, che oggi considero a ragione vere e proprie “tavole architettoniche”, essendo peraltro del tutto accidentale, e d’importanza affatto secondaria, la circostanza che esse siano tramandate attraverso il linguaggio ‘mitico’ e mediante lo strumento del cartone animato.

Di queste opere, la più famosa è senz’altro Biancaneve e i sette Nani, ma anche le altre, quali, La Bella Addormentata nel Bosco, Cenerentola, Dumbo, La Sirenetta, per citare soltanto le più famose, si svolgono attraverso un comune filo conduttore: la sconfitta del Male e l’affermazione dell’Amore. A tanto il protagonista arriva attraverso una vera e propria iniziazione, nella duplice accezione di ingresso in una comunità esoterica, nonché di trasformazione dell’Io per effetto di una rinascita spirituale che si verifica a seguito di varie vicissitudini, o prove iniziatiche.

La vicenda di Biancaneve è paradigmatica: la ragazza è costretta dalla malvagia matrigna ad abbandonare la casa paterna, simbolo dei valori pertinenti alla vita vissuta fino ad allora, e a trovare rifugio in un bosco fitto ed oscuro, che ricorda così da vicino il gabinetto di riflessione. Dopo aver superato un corso d’acqua, resistito a un turbinìo di vento e vinta infine la paura suscitata dalla visione degli occhi degli animali, occhi fosforescenti simili a fiamme lampeggianti, la fanciulla giunge presso una capanna, la casa dei nani. Rammento che nella lingua tedesca hütte significa tanto capanna, rifugio, quanto loggia, e ciò non è casuale: invito voi tutti, carissimi Fratelli, a riflettere quante volte nella Storia la loggia massonica è stata l’ultimo rifugio per idealisti, eretici o scismatici, colti e incliti, disparati e disperati, accomunati tutti dall’essere perseguitati dal Potere. 

A costoro la Massoneria ha generosamente aperto le porte dei suoi templi, chiedendogli non già da dove venissero, ma piuttosto dove volessero andare.

In questa capanna accade un fatto apparentemente banale ma in realtà importante: Biancaneve, anziché lasciarsi sopraffare da un ambiente nuovo e, probabilmente, ostile, lo esplora e fa amicizia con gli animali del bosco, che vede adesso, alla luce del giorno, in una dimensione totalmente nuova da quella, erronea e terrifica, della sera precedente. Si parva licet… questo episodio mi fa venire in mente l’insegnamento di Platone, secondo il quale l’iniziato deve essere, anzitutto, “desideroso di conoscere”, e anche di Dante, esaltatore della curiosità di Ulisse, mosso a varcare i confini dell’ignoto per soddisfare il proprio desiderio di “virtude e conoscenza”. Ma non basta. In uno slancio di generosità la fanciulla decide di pulire la casa dei nani, mettendo al lavoro pure gli animaletti di cui è frattanto diventata amica. Sottolineo questo episodio perché esalta sia il valore dell’amicizia fra i diversi che l’importanza del lavoro in comune. 

Questi temi sono evidentemente cari al Fr. Disney, dal momento che li ritroviamo in quasi tutte le sue opere.

Esemplare è, a tal riguardo, la vicenda dell’elefantino Dumbo, schernito dai suoi stessi consimili perché afflitto da due orecchie abnormi, mostruose: ebbene, sarà un topo – questa bestia, nella realtà, è invisa agli elefanti - a rassicurarlo e infondergli il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. E, guarda caso, le figure da cui il protagonista riceve aiuto sono quasi sempre le creature più umili, volendo così sottolineare la perenne antinomia fra Essere e Divenire: i valori del mondo della Manifestazione sono profondamente diversi da quelli del mondo dell’Essere e chi è ‘ultimo’ nell’uno sovente è ‘primo’ nell’altro.

La disponibilità ad accettare il prossimo, ancorché diverso e quindi lontano dai propri modelli paradigmatici, a rimettersi in discussione, è condizione necessaria ma non ancora sufficiente perché l’opera di catarsi possa dirsi compiuta: occorre superare varie prove, che riecheggiano molto da vicino le “prove” iniziatiche che ciascuno di noi ha subito prima di essere proclamato “fratello”.

Sfacciatamente simili a quelle massoniche sono le prove che dovrà affrontare il giovane Artù nella Spada nella Roccia: accompagnato dal Mago Merlino, sarà trasformato dapprima in scoiattolo, poi in pesce, quindi in uccello. Supererà così la prova di terra, di acqua e di aria prima di affrontare l’ultima, la più impegnativa, quella del fuoco, nella fattispecie, tirare la spada magica fuori dalla roccia in cui era incagliata. Ci avevano provato in tanti, cavalieri e non, ed il suo cimentarsi è giudicato follia: ma, talvolta, solo un “puro folle” può arrivare ai recessi negati invece alla razionalità farisaica e conformista.

La spada è un simbolo ‘assiale’, riecheggia cioè l’axis mundi, il filo a piombo del Grande Architetto che mette in comunicazione fra loro gli stati molteplici dell’Essere, microcosmo e macrocosmo, ma è anche un simbolo solare perché riflette la Luce: emblematica è a tal proposito la scena del combattimento fra il principe e il drago ne la Bella Addormentata nel Bosco.

Le fate, tre come le Luci, hanno appena liberato dai ceppi il giovane principe, affinché a sua volta egli liberi Rosaspina dal sortilegio della strega. La quale, nel tentativo di fermare il giovane, si trasforma in un drago fiammeggiante. Per gli studiosi di psicoanalisi il riferimento è chiarissimo: “vincere il drago” è infatti l’equivalente di “scavare oscure e profonde prigioni al vizio”, lottare cioè contro noi stessi per liberare il proprio Io dalle tensioni e dalle passioni che lo ancorano alla materialità cagionandogli frustrazioni e sofferenze. Le fate non possono più aiutare attivamente il Nostro, ma solo assisterlo in forma totemica; tuttavia gli offrono, prima del combattimento, una “spada di verità” e uno “scudo di virtù”. Al momento di colpire la bestia la spada si illumina, riflettendo una luce abbagliante, quindi, vinto il drago, esaurisce la sua funzione e perde così tutto il suo splendore, ritornando ad essere un semplice oggetto privo di qualsivoglia valore. 

Personalmente ho ravvisato in questa scena anche un’esortazione a considerare i ‘metalli’ per quello che sono: uno strumento, un aiuto per l’uomo, del quale però egli può e deve fare a meno se realizza che gli sono d’intoppo per la sua crescita spirituale. 

Ricordate il Discorso della Montagna? 

Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. 

Ma cosa vuol dire essere poveri di spirito? Difettare forse di spiritualità? Se però così fosse, come si potrebbe aspirare al Regno dei Cieli? Osservo che nel testo greco la locuzione di spirito è tradotta tò pnéumati, cioè è espressa con il caso del dativo-ablativo, che è, per antonomasia, il caso corrispondente al complemento di causa efficiente. Credo allora che si possa – e si debba – tradurre: beati coloro che, deliberatamente, hanno optato per la semplicità, che per libera scelta hanno privilegiato la dimensione dell’Essere piuttosto che quella dell’Avere, e ancora, che se chiamati a posizioni di responsabilità, si sforzano di lavorare per il perfezionamento che prelude all’elevazione di quella porzione di umanità, più o meno grande, destinataria del loro servizio.

Questo tema è sviluppato assai chiaramente nella Sirenetta. 

Il vecchio Re del Mare aveva ceduto alla strega il suo tridente d’oro – simbolo della regalità, del potere indissolubilmente legato alla saggezza, alla luce – barattandolo con la vita della figlia. In quel preciso istante tutte le creature marine sono trasformate in vermi. Dopo che la strega sarà stata uccisa dal principe Erik, l’umano innamoratosi della sirena Ariel, il tridente, lasciato cadere dalla strega moribonda, torna ai piedi del vecchio re che, impugnatolo, ritrova le antiche fattezze, e assieme a lui tutti i suoi sudditi. Se da ciò possiamo ricavare un insegnamento, mi pare che esso sia il seguente: la Luce, intesa anche come potestà di comando, non può essere affidata a mani che non sono degne di riceverla, e di tanto ognuno di noi dovrebbe ricordarsi in tutte le occasioni della vita, anche e soprattutto in quelle ‘profane’. Alla fine sarà poi proprio il re Tritone, dapprima così diffidente verso gli umani, a trasformare in donna la sirenetta sua figlia e concederla in sposa al principe, rammentandoci così che amare una creatura non significa tenerla perennemente legata a sé, bensì favorire l’armonioso sviluppo della sua personalità per metterla in condizione di scegliere con cognizione di causa.

Ci sia infine permessa un’ultima considerazione, sulla magia. L’argomento meriterebbe uno studio più approfondito, ma non è questo il momento per una trattazione esauriente. Mi limiterò, perciò, a un breve accenno sul tema, sperando che le seguenti riflessioni siano di stimolo a chi voglia approfondirlo.

Dal latino magis – di più, maggiormente – magus è, in ambito esoterico, colui che lavora alla trasformazione del proprio io interiore, non già chi si avvale dei poteri segreti della Natura per trasformare bastoni in serpenti e suscitare ammirazione fra gli increduli, come faceva Simon Mago. Per gli alchimisti, la trasmutazione del piombo in oro era essenzialmente simbolica: in realtà essi miravano a un’altra metamorfosi, ben più impegnativa ma tanto più feconda: il disvelamento del divino che è in ciascuno di noi. Chi riesce in questa impresa consegue la Bellezza nell’accezione archetipa del termine. Così la Sirenetta, oppure la stessa Biancaneve, a trasformazione avvenuta, estasiate dalla bellezza che le circonda, provano una gioia prima sconosciuta, laddove Grimilde, la malvagia regina che, accecata dall’invidia, prepara la mela avvelenata con la quale uccidere Biancaneve, è costretta a perdere la propria bellezza esteriore e a diventare una vecchia deforme e ributtante sol per sperare di riuscire nell’impresa.

Siamo così giunti alla fine della pellicola e, con essa, delle nostre riflessioni. Resta da esaminare il tema della trasformazione, o meglio, più specificamente, della rinascita, eloquentemente descritto in Biancaneve. La fanciulla, in sonno, dunque in condizione di profanità, è adagiata in una bara di cristallo e di oro, simboli alchemici, rispettivamente, di purezza e di eternità. Nani e bestie la piangono, accomunati dal dolore. La risveglierà il Principe, con un bacio di Vero Amore, e insieme si dirigeranno a ‘oriente’ dove si staglia, confusa fra le nubi, una costruzione dai caratteri non ben definiti, dunque ‘imperfetta’, ma dalla quale ogni spettatore si sente nondimeno attratto, affascinato dal suo fulgore di Luce.

Da un lavoro di Giovanni Lombardo

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LA STELLA FIAMMEGGIANTE

Nei dizionari massonici la stella fiammeggiante è il pentagramma raggiante della franco-massoneria moderna che verrà adottato solo nella seconda metà del secolo XVIII. E’ Una stella cinque punte attorniata di raggi e con al centro la lettera G.

Prima di diventare un simbolo operativo massonico, il pentagramma era uno simboli favoriti dei pitagorici, ed era sotto il nome di Ugeia (o Ygia, dea della salute) che acquistava anche un valore terapeutico essendo il pentalfa della vita e della salute.

Nella Mitologia greca, la stella di Ygia va vista come un simbolo protettivo/preventivo, come un invito permanente a conservare la forza interiore, condizione indispensabile per mantenere uno stato di salute soddisfacente.

I pitagorici la scelgono per emblema e ne fanno il centro delle loro meditazioni. Iniziati, filosofi e geometri, i pitagorici sono i primi cercatori ed i primi teorici delle leggi generali dell’armonia. Nato a Samo nel VI secolo a.c., Pitagora fu iniziato ai misteri egizi e visse più di vent’anni nei templi faraonici accanto a sacerdoti che gli rivelarono i loro segreti.

Cinque è il primo numero che risulta dall’addizione di due e di tre cioè dei numeri primi pari e dispari. Il numero pari rappresenta il principio femminile ed il numero dispari rappresenta il principio maschile.

Tre + due rappresenta dunque il risultato dell’addizione del maschile e del femminile, la vita manifestata, la generazione, e più precisamente il prodotto ultimo della generazione: l’uomo.

Molto importante per il Fr.˙. Compagno é questo numero: cinque sono i suoi anni simbolici, cinque sono i viaggi che deve compiere durante la sua iniziazione, cinque sono i sensi che deve studiare e conoscere. 

Il pentagramma ha sempre rappresentato per l’uomo antico le leggi dell’armonia essendo strettamente legato al numero che per eccellenza sublimizza questo concetto: la sezione aurea o proporzione divina, che si esprime col numero d’oro. Il numero d’oro è 1.618 (matematicamente simboleggiato da F) e il suo inverso 0.618 : entrambi trovano innumerevoli applicazioni in natura. E’ un numero dalle caratteristiche eccezionali, il numero dell’armonia e della perfezione che si ritrova ovunque nella natura come nell’arte. Storicamente nasce dal pentagramma, o stella a cinque punte. Il pentagramma o pentacolo è anche uno dei simboli magici più noti dell’occidente, adottato già dai pitagorici come segno di riconoscimento degli appartenenti alla loro comunità. 

Il pentagramma ha la particolarità che tutti i suoi segmenti sono una applicazione della divina proporzione, rendendolo un perfetto simbolo di sintesi dell’armonia. 

Per questa ragione la stella cinque punte è sempre stato il simbolo della bellezza e della perfezione associato alla dea Venere e al femminino sacro. Furono probabilmente i Babilonesi a scoprire le prime proprietà geometriche del pentagramma, studio successivamente approfondito dai pitagorici; tuttavia, fu Euclide a definire matematicamente il numero d’oro.

Inoltre, il pentagramma rappresenta l’insieme dei corpi viventi, vedi la stella di mare, i fiori di un pero, il taglio di una mela di cui si vedono i semi a stella a cinque punte, come l’uomo ha cinque dita, cinque sensi ecc.

L’uomo ha sempre cercato di imitare la perfezione della natura e non ci deve sorprendere il fatto che quasi tutte le antiche costruzioni rispettassero la divina proporzione: i pitagorici parlano di “euritmia” delle costruzioni architettoniche basate sul numero d’oro (ad esempio pensiamo all’uomo di Vitruvio di Da Vinci, alle proporzioni delle grandi piramidi di Giza, ecc.).

La stella è anche un simbolo biblico che ritroviamo sulla grotta di Betlemme per raffigurare il mistero dell’Incarnazione. Il sale della saggezza alchemica è rappresentato dalla stella a cinque braccia con al centro un cerchietto. La stella è inoltre sempre presente nella costruzione di chiese medievali, nelle ogive, nei rosoni delle vetrate.

La Stella Fiammeggiante viene posta ad Oriente sopra il trono del M.˙.V.˙.  nel tempio di secondo grado; al centro del pentagramma é presente la lettera G : l’interpretazione del significato di questa lettera ha dato vita a diverse teorie, ma la più accreditata assegna ad essa cinque significati specifici (specialmente nei rituali francesi).

Geometria: riferimento evidente ai pitagorici ed alla loro scuola iniziatica, é la scienza fondamentale per la muratoria operativa; “ma anche alla geometria interiore, che é puro lavoro spirituale, forza di ritenzione e di controllo dei desideri, della loro giusta valorizzazione e dalla corretta motivazione delle azioni, dei pensieri delle intenzioni”.

Generazione: risultato dell’unione tra il maschile e il femminile (due+tre).

Gnosi: conoscenza intesa come esperienza di contemplazione del G.˙.A.˙.D.˙.U.˙.

Genio: riferito alla scintilla divina del Creatore.

Gravitazione : le cinque braccia della stella sembrano essere emanate dal centro, che le trattiene e le direziona; quel centro che attraverso il lavoro iniziatico il massone deve ricercare e riscoprire in se stesso. 

Altri autori riferiscono il significato della lettera G alla parola inglese God (traduzione di Dio) o direttamente come G.˙.A.˙.D.˙.U.˙.

Molto é stato detto e molto altro si potrebbe dire su questo argomento, ma preferisco concludere con una frase sintetica ma molto eloquente (tratto dal libro di Porciatti):

“La Stella Fiammeggiante che appare al Compagno vincitore delle attrattive terrene é la stella del Genio Umano; ha cinque punte che corrispondono alla testa e alle quattro estremità dell’Uomo; é la Stella del Microcosmo che in Magia personifica il segno della Volontà Sovrana, cioè dell’irresistibile mezzo di azione dell’Iniziato.”  

Paperino spiega il Pentagramma


Bibliografia:

La Simbologia Massonica, Jules Boucher

Rituale e Istruzioni per il Fratello compagno Libero Muratore

Articolo tratto da La Stampa del 4/8/2004 EV

I misteri dell’Arte Reale, O. Wirth

La Massoneria Azzurra, U.G.Porciatti

La Massoneria resa comprensibile ai suoi adepti: Il Compagno, vol.II, O.Wirth 

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Riflessioni sul TRE

Logo - Anelli Borromei

Gli anelli Borromei - chiamati così perché compaiono nello stemma della famiglia Borromeo - I tre cerchi d’oro a punta di diamante, intrecciati in modo tale che spezzandone uno anche gli altri due si disgiungano, simboleggiano l’unione indissolubile tra: 

Borromeo, Sforza e Visconti

Durante il medioevo hanno spesso rappresentato la S.ma Trinità.

Nella teoria dei nodi sono un esempio di link.

(Si possono scegliere essenzialmente due strade: un nodo può essere definito come una linea spezzata chiusa o una curva differenziabile nello spazio. Si definisce quindi una nozione appropriata di equivalenza fra nodi. Un link è una unione finita disgiunta di nodi). 

Nell’Esoterismo quando 

i Costruttori divengono Cavalieri e poi Sacerdoti;

essi sono composti da :

Corpo (Materialità)  -  Anima (Coscienza)  -  Spirito (Divino). 


Da riflettere su: 

Minerva (Saggezza) - Ercole (Forza) - Venere (Bellezza)

e su Fede, Speranza e Carità


Ed ancora i tre Labirinti fondamentali :

Unicursale (Filo di Arianna) - Manieristico (Rami secchi) 

Rizoma (Palla di Burro).

Vi sono teorie che nella storia della scienza hanno occupato una posizione dominante per secoli ma che sono state rapidamente defenestrate e dimenticate a beneficio di altre spiegazioni che meglio rappresentano la realtà che ci circonda.

Basti ricordare due esempi eclatanti, la teoria della generazione spontanea (abiogenesi ) in biologia e l’esistenza dell’etere in fisica.

 

       Un TFA  Giancarlo Bertollini

I SUFI

Come sostiene Daniele Malandrino su “Riflessioni sull'Esoterismo”.  

Per esporre gli insegnamenti del Sufismo in modo completo, si dovrebbe esporre almeno un sommario della dottrina sufi ; comprendente la metafisica, ossia lo studio del principio e della natura delle cose; la cosmologia riguardante la struttura dell’Universo e degli stati molteplici dell’essere; la psicologia tradizionale, alla quale è unita una psicoterapia tra le più profonde; e infine l’escatologia, che riguarda lo scopo ultimo dell’Uomo e dell’Universo, nonché il divenire postumo dell’Uomo.

L’esposizione degli insegnamenti sufici dovrebbe inoltre includere una trattazione sui metodi spirituali, sulla loro applicazione e sul modo in cui prendono radici proprie nella sostanza dell’anima del discepolo.

Seyyed Hossein Nasr (1933- ?) 



Il Sufismo


Il Sufismo può essere considerato un tentativo di risolvere la dualità di fondo celata in ogni religione, ma che l’Islam - con l’enfasi che pone sul concetto di trascendenza divina - sottolinea particolarmente: creazione e Creatore, manifestato e non-manifestato.


A proposito: da dove viene il termine Sufismo ? 


Non si sa. C’è chi afferma che derivi da safa (purezza); chi dall’espressione saff (livello più alto); chi da Ahl alSuffa (espressione per designare i Compagni del Profeta, su di Lui la benedizione e la pace).

Per altri deriva dal termine suf, lana, che molti Ordini usavano per i loro abiti. Per altri ancora da safwa (eminenza). Comunque, nel mondo islamico, la parola per designare il Sufismo è Tasawwuf, derivato da suf. Lo si designa anche con il termine di Via dello Spirito (in arabo tariqa, plur. turuq; con questa parola vengono anche definite le varie scuole sufiche) - volendo significare una via che consente al credente di avvicinarsi a Dio più delle ordinarie pratiche religiose.

Il tratto che conferma l’appartenenza del Sufismo al mondo dell’esoterismo è rintracciabile nella necessità della trasmissione diretta, che deve essere conferita dal Maestro (o da un suo delegato) secondo appropriati riti.

Nel Sufismo, la figura del Maestro (sheikh, plur. shuiuk) è molto ingombrante. Viene considerato il rappresentante del Profeta, su di Lui la benedizione e la pace, e secondo l’insegnamento di Abu al Hasan Kharaqani (960-1033) la grazia di Dio si manifesta in lui senza alcuna ingerenza; quindi le sue prescrizioni non possono essere considerate alla stregua di opinioni individuali dalle quali il discepolo eventualmente può dissentire - sarebbe un sacrilegio.

Di qui la necessità (valida per tutti i cammini iniziatici, ma per il Sufismo in particolare) di scegliersi un Maestro di cui si sia ben sicuri, e con il quale esista un rapporto di compatibilità psicologica.

La funzione che definirei principale del Maestro è gestire il menù di impressioni tramite cui il discepolo si rapporta col mondo.

Nella vita profana, gli input sensoriali si affollano e si accavallano disordinatamente, rendendo molto difficile trarne una sintesi. 


Il Maestro Sufi ha il potere di correggere questa tendenza, fornendo al discepolo la chiave che gli consente di trarre dalle sue esperienze di ogni giorno una lezione superiore


Esistono a questo scopo diverse categorie di prescrizioni e strumenti (come ad esempio interessanti esercizi sulla respirazione); ma il principale è il Ricordo di Dio (dhikr), una formula che deve essere recitata dal discepolo un certo numero di volte al giorno - ad alta voce o mentalmente, da solo o in compagnia. Ogni tariqa si distingue per il suo specifico dhikr e il suo modo di recitarlo.

Gli stati dell’essere, progressivamente più elevati, che si possono raggiungere conformandosi agli insegnamenti del Maestro si chiamano maqamat. 


Il più elevato - quello che Guénon definì Uomo Universale, raggiunto solo da pochi Sufi nella storia - è detto in arabo classico alInsan alKamil


Questo stato è solo l’applicazione conseguente dell’unico dogma dell’Islam : Non c’è altro dio che Dio, e Muhammad (su di Lui la benedizione e la pace) è un profeta di Dio. Come attesta il Corano, è possibile all’Uomo l’esperienza assoluta di Dio, senza mediazioni di sorta.

Senza abbandonare il mondo della materia, i realizzati Sufi sono fuggiti da tutto ciò che non è Dio (Abu alHasan Nuri); vivono tra noi, ma si sono lasciati alle spalle i limiti dell’umana condizione.

Il Sufismo esiste da quasi un millennio e mezzo, e come si può immaginare è difficile elaborare, per un fenomeno di questa durata, una definizione omogenea.

Come ogni altra via iniziatica, sembra essere tutto e il contrario di tutto - per esempio, in certi tempi e luoghi fu stampella della politica, raggiungendo livelli di potere mondano che difficilmente altri rami dell’esoterismo hanno eguagliato; ma in altri fu l’incarnazione del dissenso dalla rigidità delle pratiche religiose, elaborando una prospettiva teologica libertaria e vivificante che (oggi non si direbbe) l’Islam conobbe molto prima del mondo cristiano.

Nell’Islam mediorientale e occidentale, allo spostamento del Sufismo verso destra (mi scuso per questa semplificazione - intendo dire: verso l’osservanza exoterica e il rigorismo) contribuì l’affermazione dei Wahabiti.

Si tratta del primo e più importante movimento fondamentalista moderno, formatosi nel corso del diciottesimo secolo, il cui Islam si stacca tanto dal Sunnismo che dallo Sciismo. 

Comunque, anche questa piccola e tutto sommato comprensibile debolezza di alcune persone, di voler ridurre l’uomo in schiavitù per mezzo del pensiero gerarchico (magari anche spiegandogli con la massima serietà che era libero nel Medioevo e quello che davvero lo ha ridotto in schiavitù è stato il progresso…) potremmo perdonarla, se non portasse inconvenienti davvero antipatici.

Per esempio, l’esoterismo tradizionale non contempla la possibilità che chi parla in favore della tradizione e contro il progresso possa essere un ruffiano a cui conviene farlo, ovvero un furbo all’italiana che vuole arrivare in Paradiso a forza di spintarelle, ecc. - o meglio: forse la contempla, ma suppone che agli occhi di Dio questi difetti siano più accettabili della presunzione dell’Uomo di pensare con la propria testa. Perché? Perché, ovviamente, la presunzione di pensare con la propria testa implica un senso di ribellione all’autorità, quindi  una maggiore separatività, quindi una minore qualificazione per il conseguimento degli stati spirituali… 


Ricerca di Giancarlo Bertollini

I ROSACROCE TRA LEGGENDA E REALTA’

La profezia di Paracelso

Prima di morire Paracelso aveva profetizzato che nel 1572 sarebbe passata sopra la terra una cometa, annunciatrice di profondi cambiamenti nel mondo. La nuova “riforma magica” sarebbe stata apportatrice di pace e tutti gli uomini saggi avrebbero lavorato insieme per il bene dell’umanità. Sull’onda di questa idea nacquero alcune società iniziatiche, come i “Fratelli della Croce d’Oro”, fondata da Agrippa, e la “Milizia evangelica” di Lunenburg. Ma fu solo nel 1614 che apparve un libretto, la Fama fraternitatis, cui seguì la Confessio fraternitatis, che erano il manifesto, comprendente tutti i principi dell’Ordine, della società iniziatica dei Rosacroce. 

Paracelso 
Luogo di nascita: Egg, Einsiedeln, Svizzera 
Morte: 24 settembre 1541, Salisburgo, Austria

Rosacroce sono la setta segreta che ha destato il più grande interesse popolare, perché la più misteriosa; il nome deriverebbe dal fondatore dell’ordine, Christian Rosenkreutze, figura mitica che ha fatto discutere a lungo gli storici sulla realtà della sua esistenza.
I Rosacroce si manifestarono al mondo nel 1614, quando nelle città di Kassel e di Strasburgo fu pubblicata la Fama fraternitatis, che riportava il messaggio di un anonimo adepto di questa fratellanza iniziatica, che cercava il rinnovamento morale per arrivare alla perfezione, ottenibile in concomitanza con una serie di riforme. Vi si narrava la storia di Christian Rosenkreutze, nato nel 1378 da una povera famiglia tedesca ed educato in un convento, che aveva lasciato per viaggiare per il mondo ed in particolare in Oriente; a Damasco aveva ricevuto conoscenze segrete da un gruppo iniziatico che aveva la sede principale nella inaccessibile città di Damcar, in Arabia.

Tornato in Germania, Christian aveva fondato un’associazione con quattro amici, legati da un giuramento di fedeltà e di silenzio, allo scopo di dedicarsi alla cura dei malati.

Col tempo i membri erano diventati otto; abitavano in varie parti del mondo e si riunivano una volta l’anno in una casa chiamata “Dimora dello Spirito Santo”, per parlare delle proprie esperienze e fare insieme progetti per il futuro.

Christian era morto nel 1484, alla bella età di centosei anni, ma la sua tomba era stata scoperta solo nel 1604: coloro che vi erano entrati l’avevano vista illuminata di una luce sovrannaturale e piena di libri di magia, alcuni di autori che non erano ancora nati ai tempi della morte di Christian.

Nel frattempo i Rosacroce si erano moltiplicati, costituendo una vera e propria confraternita; essi non vestivano in modo particolare, adattandosi agli usi del paese che li ospitava; avevano in odio la lussuria, erano buoni cittadini, riconoscevano la supremazia dell’Impero Germanico e facevano voto di aiutare tutti coloro che erano degni, servendo Dio e sostenendo il progresso della conoscenza; per loro religione e scienza non erano agli antipodi, ma si completavano a vicenda.

Nel 1615 uscì la Confessio fraternitatis rosae crucis, indirizzata ai sapienti europei, che spiegava i gradi iniziatici e scopriva i suoi netti caratteri protestanti; l’anno seguente uscì l’ultima parte del libello, Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutze, forse il più interessante dei tre, un romanzo iniziatico che descriveva l’illuminazione di Christian Rosenkreutze e illustrava le basi della spiritualità rosacrociana.

Un così straordinario programma di vita creò un incredibile fermento fra gli intellettuali europei, che si divisero in due gruppi, uno di critica ed uno a sostegno delle teorie enunciate. L’ideale dei Rosacroce incarnava benissimo l’inquietudine, le speranze di miglioramento, la voglia di cambiamento e di riforme che agitavano non solo la Germania, ma tutta l’Europa. Affascinò talmente gli ingegni dell’epoca che Cartesio cercò invano degli adepti per farsi iniziare alla setta. Le polemiche sulla confraternita si sprecarono; alcuni affermavano che i Rosacroce non esistevano, altri che esistevano ed erano seguaci di Paracelso; per alcuni era tutta un’invenzione del pastore luterano Giovanni Valentino Andreae; per altri erano falsi Rosacroce, perché quelli veri erano nati a Lunenburg nel 1598, sotto il nome di “Milizia Crucifera Evangelica”. Il massimo della fantasia fu la versione che i Rosacroce, stanchi della incredulità degli Europei, erano emigrati in India ed erano divenuti fondatori di una setta di buddhismo esoterico.


Da allora molti affermarono di essere iniziati Rosacroce.


Nel 1629 il curato di Gisors, in Normandia, Robert Deyau, scrisse una storia della cittadina e della famiglia de Gisors, affermando categoricamente che la società dei Rosacroce era apparsa al mondo profano da pochi anni, ma in realtà era stata fondata nel 1188 da Jean de Gisors e che era collegata con l’Ordine di Sion, un misterioso ordine iniziatico segreto che avrebbe dato vita anche ai Templari. 

Se ne è parlato di recente, perché sembrava essere collegato con la notissima vicenda di Rennes-le-Château, prima che si scoprisse che quello di Rennes (il Priorato di Sion) era probabilmente pura invenzione. L’Ordine di Sion sarebbe stato fondato attorno al 1090 da Goffredo di Buglione, il conquistatore della Terrasanta. Gli adepti avrebbero poi preso il nome dall’abbazia di Nostra Signora di Sion, costruita dopo la conquista di Gerusalemme sul monte Sion, a sud della città, sulle rovine di una chiesa bizantina precedente del IV secolo, chiamata “Madre di tutte le chiese”.

Un cronista la descrisse nel 1172 come un luogo molto ben fortificato, organizzato e autosufficiente.

A Goffredo fu offerto il titolo di re di Gerusalemme, ma egli lo rifiutò umilmente, preferendo accettare quello di “Difensore del Santo Sepolcro“; quando morì, nel 1100, lo stesso titolo fu offerto a Baldovino, suo fratello minore, che divenne Re col nome di Baldovino I. Due dei membri dell’Ordine di Sion, de Payen e de Montbard, fondarono l’Ordine dei Templari, che lavorò in parallelo con l’altro ordine fino al 1187, quando Gerusalemme cadde ed i due ordini si divisero.

L’Ordine di Sion lasciò la Terrasanta e si trasferì in Francia; prese allora il nome definitivo di Priorato di Sion, assumendo come sottotitolo “Ormus-Ordre de la Rose-Croix“; da qui la teoria che essi fossero i precursori dei Rosacroce. Per quel che riguarda invece l’altro nome, un’antica tradizione parla di un saggio di fede gnostica, Ormus, nato ad Alessandria d’Egitto, che nel 46 d. C. aveva fondato, con altri sei seguaci, una piccola confraternita di iniziati, che aveva come simbolo una croce rossa ed una rosa. Convertitisi al Cristianesimo ad opera di san Marco, questi iniziati avevano poi diffuso idee che erano una mescolanza di gnosticismo e Cristianesimo, oltre che di dottrine iniziatiche ermetiche e pitagoriche, che in quel periodo erano diffusissime ad Alessandria. Il nome Ormus figura anche nella religione di Zoroastro, dove indica il principio della luce e del bene, quindi non era strano che qualcuno lo prendesse come pseudonimo.

Al momento della divisione dai Templari, il Gran Maestro del Priorato era Jean de Gisors, pronipote di Hugues de Payen o Ugo De’ Pagani.

Tratto dai Lavori di: Devon Scott                                                 


Devon Scott

- Data di Nascita: 1951. Indirizzo: Provincia di Imperia. (residente in Liguria) è studiosa di folklore e tradizioni magico-iniziatiche dell’Europa Occidentale e dell’area mediterranea. Ha collaborato con riviste cartacee e telematiche, partecipato a programmi televisivi d’informazione e didattici.

Suoi articoli sono presenti su vari siti esoterici. Tiene seminari sulle erbe magiche, sui talismani, sulle tradizioni sapienziali e sulla divinazione. Ha pubblicato: Tradizioni Perdute ©Lunaris 2001; I giardini incantati. Le piante e la magia lunare ©Venexia 2006; Podomanzia. Il cielo sotto di noi, ©L'Età dell'Acquario 2008; Le piante del fascino ©Aradia 2009; Il cerchio di fuoco. Leggende, folklore e magia dei Celti, ©L'Età dell'Acquario 2009; Almanacco. Il tempo della Magia, ©Spaziofatato 2012; Le porte della Luna. Magia del Femminile, prima edizione 2013, seconda edizione riveduta e ampliata 2015 ©Spaziofatato; Agenda della Mela. Magia gitana, ©Brigantia Editrice 2017.

Ha tradotto e curato L'Homme Rouge delle Tuileries di Paul Christian, ©Venexia 2011.



·         Ricerca del Fr. Giancarlo Bertollini - Ricapitolando:


«Visita Interiora Terrae 

Rectificando Invenies Occultum Lapidem 

Veram Medicinam».  


Il primo testo attribuito al movimento dei Rosacroce fu pubblicato in Germania nel 1616 a firma di Johann Valentin Andreae. A questo mitico personaggio, del quale gli storici non sono mai riusciti a negare o confermare neppure l'esistenza, è tradizionalmente attribuita la fondazione del più famoso ordine occulto dell'occidente, la Confraternita dei Rosacroce. Negli ultimi tre secoli non vi è scuola esoterica, società segreta o loggia massonica che non si sia avvalsa di riti, leggende e simbolismi di questa inafferrabile confraternita.


Come molti altri movimenti occulti, anche la storia dei Rosacroce è un susseguirsi di convegni segreti, scismi, plagi e scomuniche.


Forse per questo è così difficile arrivare a un consenso sulla loro dottrina.

Christian Rosenkreutz  (1378 - 1484) è stato un esoterista probabilmente tedesco.


Rappresentazione simbolica

Considerato il fondatore dell'ordine dei Rosacroce (o Rosa+Croce come si trova riportato in molti testi), si pensa che sia vissuto in Germania tra il 1378 e il 1484.


Biografia

Compì viaggi in Medio Oriente, intrapresi per poter approfondire le proprie conoscenze sul mondo dell'occulto, evidenziando anche una forte motivazione mistica e gnoseologica.

Fu proprio al ritorno da questi viaggi che Christian Rosenkreutz  (o Cristiano Rosacroce), rientrato in Germania, che è considerata sua patria di origine, fondò l'ordine segreto dei Rosacroce. Secondo quanto viene riportato in alcuni documenti, egli visse fino all'età di 106 anni.

Il suo corpo sarebbe stato rinvenuto, perfettamente intatto, 120 anni dopo, quando alcuni confratelli ritrovarono e aprirono la sua tomba.


Il dibattito sulla figura

La sua storia è narrata in tre documenti fondamentali:

Fama Fraternitatis (1614), Confessio Fraternitatis (1615) e Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz (1616, quest'ultimo generalmente attribuito a Johann Valentin Andreae).


Da quanto emerge dai documenti, la sua morte (sarebbe meglio dire il ritrovamento del suo corpo ancora integro) dovrebbe essere databile intorno all'anno 1603 (1604 secondo altre fonti). Sarebbe stato proprio il ritrovamento del corpo del Maestro l'evento detonante che portò alla rivelazione dell'Ordine dei Rosacroce agli occhi del mondo.


Una tesi diffusa è che la figura di Christian Rosenkreutz sia del tutto leggendaria; anche molti degli attuali movimenti che continuano a condividere gli ideali rosacrociani ne danno un'interpretazione figurativa, allegorica. Un'ipotesi è che egli rappresenti la personificazione di alcuni ideali (eroici, gnoseologici, religiosi, sociali, ecc.), che diversi pensatori e circoli mistici dell'epoca volevano diffondere. Tuttavia alcuni occultisti ed esoteristi del secolo scorso, come ad esempio Rudolf Steiner, Max Heindel e Jan van Rijckenborgh, pur insistendo sull'alto valore allegorico della figura di Cristiano Rosacroce, intesa a rappresentare il prototipo dell'uomo che rinasce secondo la sua essenza divina, tracciano anche, nei loro scritti, i contorni di alcuni enigmatici adepti e iniziati di alto rango, che avrebbero dato forma attraverso i secoli alle "Scuole dei Misteri Occidentali", presentandosi al mondo anche sotto questo nome simbolico. 



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