Esoterismo nelle Opere di Walt Disney

Spiegherò qui, molto brevemente e schematicamente, il significato esoterico di una favola per “bambini” nella sua versione “disneyana”: “Biancaneve e i sette nani”.

Premetto che Walt Disney fu massone, e perciò nei suoi lungometraggi veicolava spesso un sapere esoterico velato da simboli il cui significato può essere completamente noto solo a chi “ha occhi per vedere”.

Biancaneve rappresenta l’anima umana, ovvero il nostro Femminino Sacro o Sophia Interiore, che è pura o vergine, ecco perché “bianca-candida” proprio come la neve.

La neve è infatti uno stato di aggregazione dell’acqua, è ghiaccio, e l’acqua è l’elemento simbolo del femminino per eccellenza (il simbolo esoterico dell’elemento acqua è un triangolo con la punta verso il basso, l’apparato genitale femminile è proprio costruito secondo questo archetipo, ci si figuri infatti l’utero con le ovaie e la vagina).

Biancaneve (l’anima) è figlia di un Re (lo spirito, il Padre), e nelle sue vite terrene o incarnazioni risulta prigioniera della Matrigna (la Natura, ma in generale l’ego-astrale).

Sappiamo che la Matrigna, ossessionata dalla competizione con Biancaneve, chiederà in continuazione al suo Specchio (il pensiero riflesso) chi tra le due sia la più “bella”.

La Matrigna desidera il cuore di Biancaneve, organo legato all’anima e al femminino sacro, vaso o Graal della Coscienza Cristica.

Senza il Cuore (sede delle Forze dell’Amore), Biancaneve non potrà mai liberarsi dal suo stato di prigionia (corporale/materiale), questo vuol dire appunto “morire” al Regno dello Spirito.

Il cacciatore rappresenta colui che è in relazione agli animali interiori, che uccide le nostre forze “animali” (ma comunque sacre), rappresentando così anche tutta la nostra istintualità.

I 7 Nani sono invece rappresentazioni dei 7 Chakra, centri energetici nel nostro corpo (e perciò anche dei 7 Vizi/Virtù ad essi correlati), ma più in generale rappresentano le forze astrali-planetarie.

Essi lavorano nella miniera-caverna del corpo (e dell’inconscio), dalla quale cercano di estrarre dei “diamanti”, ossia qualità e virtù: “trasmutano il piombo in oro” per la costruzione del famoso “Corpo di Gloria” della Tradizione Cristiana o, per l’appunto, “Corpo Diamantino o di Diamante” della Tradizione Orientale.

Per quanto riguarda l’associazione tra i Nani e i sette pianeti, abbiamo:

– Brontolo è associato a Saturno (per alcuni Marte);

– Mammolo alla pudicizia di Venere;

– Eolo ricorda la forza irruenta di Marte;

– Dotto è legato alla giovialità di Giove (per altri Saturno);

– Pisolo rappresenta il mondo onirico della Luna;

– Gongolo la vanità del Sole (per alcuni Giove);

– Cucciolo la duttilità di Mercurio.

Biancaneve conosce i sette nani, prende coscienza di loro, dopo essersi addormentata e poi risvegliata nella foresta (l’inconscio). Qui possiamo sia vedervi l’incarnazione dell’anima nella “selva oscura” del mondo materiale, sia una fase di V.I.T.R.I.O.L. alchemico (la discesa agli inferi).

La Casa dei Sette Nani rappresenta il Corpo Fisico: la casa è infatti piccola, si tratta dunque di un luogo molto circoscritto, angusto, “stretto” per l’Anima-Biancaneve.

Tuttavia i 7 Nani, innamoratisi di Biancaneve-Anima, lavoreranno e collaboreranno pienamente affinché ella possa liberarsi definitivamente della Strega-Matrigna (ego-astrale).

La Matrigna-Natura (parte luciferica dell’essere umano) donerà a Biancaneve una mela, proprio come il Serpente-Beliar-Lilith la “dona” a Eva in Genesi (Peccato Originale).

La “mela” (il frutto dell’albero della conoscenza) ha un bell’aspetto esteriore, molto invitante, il rosso scuro rappresenta le forze dell’Eros (il colore della passione del sangue), sembra dunque un frutto molto buono in apparenza, ma in realtà nasconde un veleno (il dolore, la sofferenza, la malattia e la morte).

Così Biancaneve, buona ma un po’ ingenua, si lascia ingannare dalla bellezza esteriore di tale frutto decidendo di assaggiarlo, ma non appena lo morde allora subito “cade” in uno stato di sonno profondo, incoscienza: rappresenta lo stato attuale di sonno-caduta delle anime umane avvenuto ad opera delle entità luciferiche. Per risvegliarsi da tale stato di “sonno”, gli esseri umani dovranno appunto lavorare o, meglio, “fare un lavoro” sui 7 chakra/vizi.

Lavorare con le 7 forze o influenze dei pianeti-metalli: sublimare le forze “telluriche” in forze “uraniche”. 

Il Principe-Azzurro, naturalmente, simboleggia il Cristo (azzurro è il colore del Cielo-Spirito), e rispetto all’anima rappresenta il Mascolino Sacro in noi, per cui è “Amore” a prima vista per Biancaneve.

Biancaneve-Anima si ridesterà dal suo sonno solo quando il Cristo/Principe la “bacerà” (la bocca rappresenta infatti il Logos-Cristo-Verbo-Parola): ecco il Matrimonio Mistico, le famose Nozze Alchemiche tra lo Sposo/Cristo e l’Anima umana, tra il Mascolino Sacro e il Femminino Sacro in noi, che una volta uniti porteranno alla nascita del “Secondo Adamo”, l’Androgino, il Figlio dell’Uomo: la Grande Opera Alchemica è così compiuta.

“Tutto è compiuto!” – come dice nei Vangeli lo stesso Gesù-Cristo

NOTA:

Iside-Sophia è sposa, sorella e madre del Cristo; il quale a sua volta è unito allo Spirito-Padre in quanto Figlio nella Trinità, ma è anche lo Sposo e al contempo il Figlio dell’Uomo (in quanto Cristo interiore, prima “bambino” e poi “maturo”, quando viene ad abitare nell’anima umana, unendosi ad essa).

Ovvero il Cristo è Padre quando ingravida la Madre-Anima, per generare tramite lei sé stesso come Figlio dell’Uomo.

Da un lavoro di Ciro Scotto 

“Biancaneve e i sette nani”, ovvero una lettura in chiave esoterica delle opere del Fr. WALT DISNEY

La vita è sogno (Calderòn de la Barca)

Il sogno è vita (Luigi Pirandello)

Quando ho appreso che anche il celebre Walt Disney apparteneva alla nostra Famiglia confesso di avere provato un senso di stupore e pure di gioia: avevo finalmente trovato la giustificazione del sentimento di gratificazione provata da ragazzo – e mai del tutto scomparsa – quando leggevo le sue storie, i cui personaggi ho sempre considerato come esseri veri, reali e a me vicini. Da adulto, in compagnia delle mie bambine, ho spesso rivisitato le sue opere cinematografiche più famose, che oggi considero a ragione vere e proprie “tavole architettoniche”, essendo peraltro del tutto accidentale, e d’importanza affatto secondaria, la circostanza che esse siano tramandate attraverso il linguaggio ‘mitico’ e mediante lo strumento del cartone animato.

Di queste opere, la più famosa è senz’altro Biancaneve e i sette Nani, ma anche le altre, quali, La Bella Addormentata nel Bosco, Cenerentola, Dumbo, La Sirenetta, per citare soltanto le più famose, si svolgono attraverso un comune filo conduttore: la sconfitta del Male e l’affermazione dell’Amore. A tanto il protagonista arriva attraverso una vera e propria iniziazione, nella duplice accezione di ingresso in una comunità esoterica, nonché di trasformazione dell’Io per effetto di una rinascita spirituale che si verifica a seguito di varie vicissitudini, o prove iniziatiche.

La vicenda di Biancaneve è paradigmatica: la ragazza è costretta dalla malvagia matrigna ad abbandonare la casa paterna, simbolo dei valori pertinenti alla vita vissuta fino ad allora, e a trovare rifugio in un bosco fitto ed oscuro, che ricorda così da vicino il gabinetto di riflessione. Dopo aver superato un corso d’acqua, resistito a un turbinìo di vento e vinta infine la paura suscitata dalla visione degli occhi degli animali, occhi fosforescenti simili a fiamme lampeggianti, la fanciulla giunge presso una capanna, la casa dei nani. Rammento che nella lingua tedesca hütte significa tanto capanna, rifugio, quanto loggia, e ciò non è casuale: invito voi tutti, carissimi Fratelli, a riflettere quante volte nella Storia la loggia massonica è stata l’ultimo rifugio per idealisti, eretici o scismatici, colti e incliti, disparati e disperati, accomunati tutti dall’essere perseguitati dal Potere. 

A costoro la Massoneria ha generosamente aperto le porte dei suoi templi, chiedendogli non già da dove venissero, ma piuttosto dove volessero andare.

In questa capanna accade un fatto apparentemente banale ma in realtà importante: Biancaneve, anziché lasciarsi sopraffare da un ambiente nuovo e, probabilmente, ostile, lo esplora e fa amicizia con gli animali del bosco, che vede adesso, alla luce del giorno, in una dimensione totalmente nuova da quella, erronea e terrifica, della sera precedente. Si parva licet… questo episodio mi fa venire in mente l’insegnamento di Platone, secondo il quale l’iniziato deve essere, anzitutto, “desideroso di conoscere”, e anche di Dante, esaltatore della curiosità di Ulisse, mosso a varcare i confini dell’ignoto per soddisfare il proprio desiderio di “virtude e conoscenza”. Ma non basta. In uno slancio di generosità la fanciulla decide di pulire la casa dei nani, mettendo al lavoro pure gli animaletti di cui è frattanto diventata amica. Sottolineo questo episodio perché esalta sia il valore dell’amicizia fra i diversi che l’importanza del lavoro in comune. 

Questi temi sono evidentemente cari al Fr. Disney, dal momento che li ritroviamo in quasi tutte le sue opere.

Esemplare è, a tal riguardo, la vicenda dell’elefantino Dumbo, schernito dai suoi stessi consimili perché afflitto da due orecchie abnormi, mostruose: ebbene, sarà un topo – questa bestia, nella realtà, è invisa agli elefanti - a rassicurarlo e infondergli il coraggio necessario per affrontare le difficoltà della vita. E, guarda caso, le figure da cui il protagonista riceve aiuto sono quasi sempre le creature più umili, volendo così sottolineare la perenne antinomia fra Essere e Divenire: i valori del mondo della Manifestazione sono profondamente diversi da quelli del mondo dell’Essere e chi è ‘ultimo’ nell’uno sovente è ‘primo’ nell’altro.

La disponibilità ad accettare il prossimo, ancorché diverso e quindi lontano dai propri modelli paradigmatici, a rimettersi in discussione, è condizione necessaria ma non ancora sufficiente perché l’opera di catarsi possa dirsi compiuta: occorre superare varie prove, che riecheggiano molto da vicino le “prove” iniziatiche che ciascuno di noi ha subito prima di essere proclamato “fratello”.

Sfacciatamente simili a quelle massoniche sono le prove che dovrà affrontare il giovane Artù nella Spada nella Roccia: accompagnato dal Mago Merlino, sarà trasformato dapprima in scoiattolo, poi in pesce, quindi in uccello. Supererà così la prova di terra, di acqua e di aria prima di affrontare l’ultima, la più impegnativa, quella del fuoco, nella fattispecie, tirare la spada magica fuori dalla roccia in cui era incagliata. Ci avevano provato in tanti, cavalieri e non, ed il suo cimentarsi è giudicato follia: ma, talvolta, solo un “puro folle” può arrivare ai recessi negati invece alla razionalità farisaica e conformista.

La spada è un simbolo ‘assiale’, riecheggia cioè l’axis mundi, il filo a piombo del Grande Architetto che mette in comunicazione fra loro gli stati molteplici dell’Essere, microcosmo e macrocosmo, ma è anche un simbolo solare perché riflette la Luce: emblematica è a tal proposito la scena del combattimento fra il principe e il drago ne la Bella Addormentata nel Bosco.

Le fate, tre come le Luci, hanno appena liberato dai ceppi il giovane principe, affinché a sua volta egli liberi Rosaspina dal sortilegio della strega. La quale, nel tentativo di fermare il giovane, si trasforma in un drago fiammeggiante. Per gli studiosi di psicoanalisi il riferimento è chiarissimo: “vincere il drago” è infatti l’equivalente di “scavare oscure e profonde prigioni al vizio”, lottare cioè contro noi stessi per liberare il proprio Io dalle tensioni e dalle passioni che lo ancorano alla materialità cagionandogli frustrazioni e sofferenze. Le fate non possono più aiutare attivamente il Nostro, ma solo assisterlo in forma totemica; tuttavia gli offrono, prima del combattimento, una “spada di verità” e uno “scudo di virtù”. Al momento di colpire la bestia la spada si illumina, riflettendo una luce abbagliante, quindi, vinto il drago, esaurisce la sua funzione e perde così tutto il suo splendore, ritornando ad essere un semplice oggetto privo di qualsivoglia valore. 

Personalmente ho ravvisato in questa scena anche un’esortazione a considerare i ‘metalli’ per quello che sono: uno strumento, un aiuto per l’uomo, del quale però egli può e deve fare a meno se realizza che gli sono d’intoppo per la sua crescita spirituale. 

Ricordate il Discorso della Montagna? 

Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. 

Ma cosa vuol dire essere poveri di spirito? Difettare forse di spiritualità? Se però così fosse, come si potrebbe aspirare al Regno dei Cieli? Osservo che nel testo greco la locuzione di spirito è tradotta tò pnéumati, cioè è espressa con il caso del dativo-ablativo, che è, per antonomasia, il caso corrispondente al complemento di causa efficiente. Credo allora che si possa – e si debba – tradurre: beati coloro che, deliberatamente, hanno optato per la semplicità, che per libera scelta hanno privilegiato la dimensione dell’Essere piuttosto che quella dell’Avere, e ancora, che se chiamati a posizioni di responsabilità, si sforzano di lavorare per il perfezionamento che prelude all’elevazione di quella porzione di umanità, più o meno grande, destinataria del loro servizio.

Questo tema è sviluppato assai chiaramente nella Sirenetta. 

Il vecchio Re del Mare aveva ceduto alla strega il suo tridente d’oro – simbolo della regalità, del potere indissolubilmente legato alla saggezza, alla luce – barattandolo con la vita della figlia. In quel preciso istante tutte le creature marine sono trasformate in vermi. Dopo che la strega sarà stata uccisa dal principe Erik, l’umano innamoratosi della sirena Ariel, il tridente, lasciato cadere dalla strega moribonda, torna ai piedi del vecchio re che, impugnatolo, ritrova le antiche fattezze, e assieme a lui tutti i suoi sudditi. Se da ciò possiamo ricavare un insegnamento, mi pare che esso sia il seguente: la Luce, intesa anche come potestà di comando, non può essere affidata a mani che non sono degne di riceverla, e di tanto ognuno di noi dovrebbe ricordarsi in tutte le occasioni della vita, anche e soprattutto in quelle ‘profane’. Alla fine sarà poi proprio il re Tritone, dapprima così diffidente verso gli umani, a trasformare in donna la sirenetta sua figlia e concederla in sposa al principe, rammentandoci così che amare una creatura non significa tenerla perennemente legata a sé, bensì favorire l’armonioso sviluppo della sua personalità per metterla in condizione di scegliere con cognizione di causa.

Ci sia infine permessa un’ultima considerazione, sulla magia. L’argomento meriterebbe uno studio più approfondito, ma non è questo il momento per una trattazione esauriente. Mi limiterò, perciò, a un breve accenno sul tema, sperando che le seguenti riflessioni siano di stimolo a chi voglia approfondirlo.

Dal latino magis – di più, maggiormente – magus è, in ambito esoterico, colui che lavora alla trasformazione del proprio io interiore, non già chi si avvale dei poteri segreti della Natura per trasformare bastoni in serpenti e suscitare ammirazione fra gli increduli, come faceva Simon Mago. Per gli alchimisti, la trasmutazione del piombo in oro era essenzialmente simbolica: in realtà essi miravano a un’altra metamorfosi, ben più impegnativa ma tanto più feconda: il disvelamento del divino che è in ciascuno di noi. Chi riesce in questa impresa consegue la Bellezza nell’accezione archetipa del termine. Così la Sirenetta, oppure la stessa Biancaneve, a trasformazione avvenuta, estasiate dalla bellezza che le circonda, provano una gioia prima sconosciuta, laddove Grimilde, la malvagia regina che, accecata dall’invidia, prepara la mela avvelenata con la quale uccidere Biancaneve, è costretta a perdere la propria bellezza esteriore e a diventare una vecchia deforme e ributtante sol per sperare di riuscire nell’impresa.

Siamo così giunti alla fine della pellicola e, con essa, delle nostre riflessioni. Resta da esaminare il tema della trasformazione, o meglio, più specificamente, della rinascita, eloquentemente descritto in Biancaneve. La fanciulla, in sonno, dunque in condizione di profanità, è adagiata in una bara di cristallo e di oro, simboli alchemici, rispettivamente, di purezza e di eternità. Nani e bestie la piangono, accomunati dal dolore. La risveglierà il Principe, con un bacio di Vero Amore, e insieme si dirigeranno a ‘oriente’ dove si staglia, confusa fra le nubi, una costruzione dai caratteri non ben definiti, dunque ‘imperfetta’, ma dalla quale ogni spettatore si sente nondimeno attratto, affascinato dal suo fulgore di Luce.

Da un lavoro di Giovanni Lombardo

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I LEVITI E L'ARCA DELL'ALLEANZA

Discendenti di Levi, terzo figlio di Giacobbe e di Lea

(Ge 29:32-34

A volte il termine si applica all’intera tribù, ma di solito non include la famiglia sacerdotale di Aaronne (Gsè 14:3, 4; 21:1-3); infatti spesso si parla di “sacerdoti e leviti”. (1Re 8:4; 1Cr 23:2; Esd 1:5; Gv 1:19) I doveri sacerdotali riguardavano i soli maschi della famiglia di Aaronne, e il resto della tribù, i leviti, erano loro assistenti. (Nu 3:3, 6-10) Questa disposizione ebbe inizio quando fu eretto il tabernacolo, perché prima non c’era una particolare famiglia o tribù incaricata di offrire i sacrifici. - Eso 24:5.

Come riscatto per i primogeniti. 

I leviti furono scelti da Geova al posto di tutti i primogeniti delle altre tribù. (Eso 13:1, 2, 11-16; Nu 3:41) Contando tutti i maschi da un mese in su, c’erano 22.000 leviti che potevano prendere il posto di un ugual numero di primogeniti maschi delle altre tribù. Secondo il censimento fatto nel deserto del Sinai i primogeniti delle altre tribù erano 22.273. Perciò Dio stabilì che si dessero ad Aaronne e ai suoi figli cinque sicli come prezzo di riscatto per ciascuno dei 273 primogeniti in più rispetto ai leviti. - Nu 3:39, 43, 46-51.

Incarichi. 

I leviti appartenevano alle tre famiglie dei figli di Levi: Gherson (Ghersom), Cheat, e Merari. (Ge 46:11; 1Cr 6:1, 16) Nel deserto ciascuna di queste famiglie aveva un posto stabilito vicino al tabernacolo. I cheatiti della famiglia di Aaronne si accampavano a E davanti al tabernacolo. Gli altri cheatiti si accampavano a S, i ghersoniti a O e i merariti a N. (Nu 3:23, 29, 35, 38) Era compito dei leviti erigere, smontare e trasportare il tabernacolo. Quando era il momento di partire, Aaronne e i suoi figli calavano la cortina che divideva il Santo dal Santissimo e coprivano l’arca della testimonianza, gli altari e gli altri arredi e utensili sacri. Poi i cheatiti portavano queste cose. I ghersoniti trasportavano i teli della tenda, le coperture, le portiere, i teloni del cortile e le corde della tenda (evidentemente le corde del tabernacolo stesso), e i merariti si occupavano dei telai, delle colonne, dei piedistalli, dei pioli e delle corde (le corde del cortile intorno al tabernacolo). 

Nu 1:50, 51; 3:25, 26, 30, 31, 36, 37; 4:4-33; 7:5-9.

Il lavoro dei leviti fu ben organizzato da Davide, che nominò soprintendenti, ufficiali, giudici, portinai e tesorieri, e anche un gran numero di leviti che assistevano i sacerdoti nel tempio, nei cortili e nelle sale da pranzo in relazione a offerte, sacrifici, purificazioni, pesi e misure, e a vari incarichi di sorveglianza. I musicisti leviti furono organizzati in 24 gruppi, simili alle divisioni sacerdotali, e prestavano servizio a turno. Gli incarichi venivano assegnati a sorte. La particolare porta che ciascun gruppo di portinai doveva sorvegliare veniva scelta nello stesso modo. - 1Cr capp. 23, 25, 26; 2Cr 35:3-5, 10.

All’epoca di Mosè un levita a 30 anni assumeva pienamente i suoi incarichi, come trasportare il tabernacolo e i suoi arredi quando questo veniva trasferito. (Nu 4:46-49) Poteva svolgere certi incarichi anche a 25 anni, ma a quanto pare non il servizio faticoso, come quello di trasportare il tabernacolo. (Nu 8:24) Al tempo di Davide l’età fu abbassata a 20 anni. La ragione addotta da Davide era che non si doveva più trasportare il tabernacolo (che sarebbe stato sostituito dal tempio). Il servizio obbligatorio terminava a 50 anni. (Nu 8:25, 26; 1Cr 23:24-26; vedi ETÀ). I leviti dovevano conoscere bene la Legge, e spesso venivano invitati a leggerla in pubblico e a insegnarla alla popolazione. - 1Cr 15:27; 2Cr 5:12; 17:7-9; Ne 8:7-9.

Mantenimento. 

I leviti vivevano principalmente delle decime delle altre tribù; infatti veniva dato loro un decimo di ogni prodotto della terra e del bestiame. Essi a loro volta ne davano un decimo ai sacerdoti. (Nu 18:25-29; 2Cr 31:4-8; Ne 10:38, 39) Inoltre, anche se i leviti erano esonerati dal servizio militare, sia loro che i sacerdoti ricevevano parte del bottino di guerra. (Nu 1:45-49; 31:25-31; vedi DECIMA). Ai leviti non fu assegnata nessuna parte del paese di Canaan, perché Geova era la loro parte. (Nu 18:20) Tuttavia le altre tribù di Israele diedero loro ben 48 città sparse in tutta la Terra Promessa. - Nu 35:1-8.

Sostenitori della vera adorazione. 

I leviti fornirono notevoli esempi di zelo per la vera adorazione. Questo fu evidente nell’episodio del vitello d’oro e di nuovo quando i leviti abbandonarono il territorio di Geroboamo dopo la divisione del regno. (Eso 32:26; 2Cr 11:13, 14) Furono zelanti anche nel sostenere i re Giosafat, Ezechia e Giosia, i governatori Zorobabele e Neemia e il sacerdote-scriba Esdra nei loro sforzi per ripristinare la vera adorazione in Israele. - 2Cr 17:7-9; 29:12-17; 30:21, 22; 34:12, 13; Esd 10:15; Ne 9:4, 5, 38.

Come tribù non diedero però il loro appoggio al Figlio di Dio nella sua opera di restaurazione, anche se alcuni leviti diventarono cristiani. (At 4:36, 37) Molti sacerdoti leviti ubbidirono alla fede. (At 6:7) Con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio nel 70 E.V., le registrazioni genealogiche dei leviti andarono perdute o distrutte, ponendo fine all’ordinamento levitico. Ma una “tribù di Levi” fa parte dell’Israele spirituale. - Ri 7:4, 7.

Dal nome della tribù deriva anche il nome del libro biblico di Levitico. Questo libro parla estesamente dei leviti e dei loro incarichi.  


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CENTOQUINDICI ANNI FRA SQUADRA E COMPASSO.

Era il 21 marzo del 1910 quando Saverio Fera, nel corso di un'Assemblea Costituente, proclamo' la fondazione dell'Ordine e fu eletto come primo Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia


Centoquindici anni sono passati e per celebrare l'importante ricorrenza del Centenario (nel 2010) e ricordare tutti gli avvenimenti che contribuirono a far crescere, tra alterne vicende, la Comunione massonica, la cui storia e' strettamente intrecciata con quella d'Italia, organizzò, con grande successo, il 21 marzo del 2010 a Montesilvano (Pescara), col professor Aldo Alessandro Mola, storico e attento conoscitore delle tematiche massoniche, coadiuvato da altri importanti studiosi, di fama nazionale e internazionale, il convegno: 

 'Cento anni fra Squadra e Compasso 

La Gran Loggia d'Italia dall'eta' giolittiana 

all'era della globalizzazione'. 

Un secolo di vita e di storia, un secolo durante il quale la massoneria in generale, e la Gran Loggia in particolare - spiega una nota - hanno vissuto momenti di grande entusiasmo alternati a periodi di estrema difficolta'. Dalla ferma condanna subita da parte del fascismo alla rinascita nel secondo dopoguerra, la Gran Loggia festeggiò il suo centenario, con piu' di 8 mila iscritti e sedi dislocate in tutta Italia e in diverse parti del mondo, in onore al suo credo di 'universalita''. 

'Un compleanno cosi' importante và festeggiato con un evento solenne, con un momento di festa, di studio, di riflessione - spiegò l'allora Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro Luigi Pruneti - e soprattutto con un'occasione che ci permetta, ripercorrendo la nostra storia e soffermandoci sull'oggi, di immaginare quale potra' essere il domani della Gran Loggia'

Ad aprire i lavori il Gran Maestro, che introdusse gli obiettivi e i contenuti del convegno, uno degli appuntamenti piu' attesi per la Gran Loggia d'Italia. 

Sede del congresso il Serena Majestic Hotel Residence. 

L'evento venne organizzato dalla delegazione della Regione Abruzzo della Gran Loggia d'Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori - Massoneria Universale di Rito Scozzese Antico e Accettato - Obbedienza di piazza del Gesu' Palazzo Vitelleschi - Roma. 

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