Giovanni Pico Della Mirandola.

Di Pico della Mirandola è rimasta proverbiale la prodigiosa memoria: si dice conoscesse a mente molte delle opere su cui era fondata la sua cultura enciclopedica e che sapesse recitare la Divina Commedia al contrario, partendo dall'ultimo verso, impresa che pare gli riuscisse con qualunque poema appena terminato di leggere.
Giovanni Pico Della Mirandola 
(Mirandola 1463 - Firenze 1494). 
Morto a 31 anni. Nacque presso Ferrara e si formò all'università di Bologna. Discepolo di Marsilio Ficino, padrone di numerose lingue, tra le quali l'ebraico e l'aramaico, proprietario di una delle biblioteche più ricche del suo tempo per le opere relative al pensiero delle religioni monoteiste.
E’ l'ideale dell'umanista.
Uno degli uomini più ricchi dell'Italia del suo tempo.
A 24 anni volle riunire a Roma, un concilio privato, nel corso del quale avrebbe sostenuto, in presenza del papa e dei maggiori teologi, le sue nuove cento tesi di
Conclusiones  philosophicae,  cabalisticae  et  theologicae.
Il papa, che giudicava eretiche alcune di quelle tesi, si oppose al progetto di cui ci rimane soltanto il discorso d'apertura dell’autore, mai pronunciato e pubblicato dopo la sua morte. Nel Discorso sulla dignità dell'uomo si preoccupò del posto dell'uomo nella natura: la dignità dell'uomo deriva dalla sua posizione centrale nel mondo: intermediario tra lo spirito e la materia, tra il tempo e l'eternità.
L'uomo sarà ciò che vorrà divenire, ciò che farà di sé stesso.
Nel "De ente et uno", testo rivolto ad un amico e relativo alla questione dei rapporti tra l'Essere e l'Uno, difende i due concetti, e l'accordo di Platone e di Aristotele su questo aspetto.
Studia la cabala e tenta di commentare la Bibbia.
Muore nel 1494, nel momento in cui progettava di scrivere un libro sulla Concordanza di Platone e Aristotele. Un anno prima, il papa Alessandro VI lo aveva assolto da ogni accusa di eresia
Giovanni Pico e la sua leggenda.
Il poveretto era stato ridotto a poco più che un nome, considerato quasi in modo ridicolo, in quanto l'ironia di Voltaire lo aveva relegato nell'oblio. Ciononostante, nel XIX secolo "inventarono" il Rinascimento, e Giovanni Pico rinacque. Occorreva attribuirgli il segno del fermento innovativo, l'intuizione delle cose future e delle nuove prospettive…  
Doveva assumere il ruolo di profeta ispirato dalle nostre emancipazioni moderne.  
Per sua sfortuna, aveva scritto una delle più belle pagine della letteratura neolatina, un "discorso molto elegante" al quale la posterità avrebbe dato il titolo di :
Discorso sulla dignità dell'uomo.
Un testo "spirito" del Rinascimento italiano, ma di questo testo ricorderà le parole con le quali il Creatore si rivolge al primo uomo, dandogli il privilegio della libertà.
Il paragrafo è il seguente: 
"Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare al meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, come buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine. Puoi degenerare alla bestialità o elevarti alla divinità. Gli animali ottengono dal corpo della loro madre tutto quel che è loro necessario a vivere e gli spiriti più alti sono - fin dall'inizio o immediatamente dopo di esso - qualsiasi cosa decidano di essere per tutta l'eternità.Ma l'essere umano è colui al quale il Padre dona, al momento della nascita, i semi ed i germi di qualsiasi caratteristica della vita, quegli stessi semi e germi che egli coltiva, fa crescere dentro di sé e trasforma in frutti".
A partire da questo passaggio, si pensa di scoprire  la sua dottrina, manifesto di tutto l'umanesimo rinascimentale:
visione prometeica dell'uomo libero, padrone del suo destino, oramai solo responsabile del suo divenire e delle sue scelte.
È così che Pico diventa il prototipo dell'umanista del quattrocento ed entrerà a far parte del mito
Ha scritto, oltre alla sua celebre Oratio.
L’Opera omnia, curata, insieme alla biografia, da suo nipote Francesco. Comprende più di 730 fogli. 
Per quanto riguarda il contenuto l'Oratio non propone alcuna idea nuova.
Pico fornisce una concezione grandiosa ed esaltante dell'uomo, ma si tratta solo della visione cosmocentrica che colloca l'uomo al centro di un mondo preesistente.
L'uomo ha la missione di contemplare l'ordine dell'universo.
Qui si dispiega la sua libertà, ma è una libertà di accettazione o di rifiuto, mai una libertà di creazione.
Perciò può scoprire tale ordine nella natura, ma non può modificarlo, né sostituirlo con il proprio.
Non può essere una sua legge. Non è autonomo.
Questo contenuto è presentato in modo convincente: è questo che ha prodotto la gloria dell'Oratio che si distacca dalle altre opere scritte in una lingua più vicina allo  stile "di Parigi", proprio della scolastica, che non allo stile prezioso degli umanisti.
Con grande scandalo di costoro, aveva difeso gli scolastici, anche se questi scrivevano in un latino "barbaro", perché  in filosofia soltanto il contenuto è importante.  
Il vero filosofo giudicherà indegno infiorare il proprio discorso con la retorica.
Il fatto che abbia scritto l'Oratio in un latino letterario è in linea con le attese dei circoli umanisti; al contrario, dopo avere fornito la prova della sua padronanza del latino classico, sceglie di scrivere delle opere in un latino scolastico.
L'elegante Oratio non sarà mai pronunciata né pubblicata durante la vita del suo autore; ciò non impedirà ad un secentista francese di vedere nel "celebre discorso di Pico, una proclamazione dell'avvenimento di un modo nuovo in cui l'uomo prende coscienza della sua funzione eminente".  
Ma questa è la potenza dei miti.
Pico, giovane, bello e ricco, ospite adulato delle più nobili corti d'Italia, aveva manifestato  il suo genio, prima che gli dei gelosi mettessero prematuramente fine ai suoi giorni: mori in circostanze  misteriose, all'età di soli 31 anni.
Che cosa c'è di più romantico di questa morte ingiusta che falcia un uomo di grandi promesse nel pieno della giovinezza?
Si era  dato alla magia, aveva decifrato gli arcani della Cabala e aveva scoperto il segreto delle scienze occulte e delle tradizioni ermetiche. Soprattutto si era recato a Roma per affrontare un dibattito pubblico con i più famosi dottori della cristianità. Il dibattito era stato proibito e  molte delle sue affermazioni erano state condannate come eretiche da un gruppo di teologi reazionari. Scomunicato, aveva dovuto fuggire in esilio per evitare la vendetta papale.
Pico  fu questo eroe prometeico per un secolo di grandezza, di rivolta e d'orgoglio.
Tale è la leggenda di Pico; accumulando fatti, per lo più veri, ma ingigantiti dalla memoria , abbiamo un'immagine di Pico erronea che nasconde la  sua vera collocazione nella storia delle idee.
Cerchiamo di evocare un personaggio più reale: Affascinato dal neoplatonismo, sarà sedotto da varie dottrine esoteriche che richiamano quelle della New Age alla quale si dedicano molti dei nostri contemporanei.
La "Disputa Romana".
Nel marzo del 1486, dopo un soggiorno di parecchi mesi a Parigi, ritornò a Firenze. Fu allora che, nell'esuberanza  dei suoi 23 anni - convocò, in un dibattito, gli spiriti più dotti della cristianità, per discutere  una serie di "tesi" relative a tutti i campi del sapere. Impaziente di raggiungere  la gloria e volendo dare risonanza  alla sua "disputa", decise che il dibattito avrebbe dovuto avere luogo a Roma.
Gesto da gran signore, propose di accollarsi le spese di tutti quei dottori che avrebbero potuto permettersi il viaggio…
La maggior parte dei suoi contemporanei videro nelle sue tesi, nel numero mistico di 900,  l' esposizione di un'erudizione superficiale unita ad una  pretesa di universalità.
Così nascerà la leggenda alla quale farà allusione anche Pascal, secondo cui Pico avrebbe preteso di discutere (tutte le cose conoscibili)
Tutto questo avrebbe portato alla scomunica di Pico da parte del papa Innocenzo VIII.
I nunzi apostolici ricevettero l'ordine di catturarlo. Grazie alla protezione del re ed agli  interventi di Lorenzo de Medici, Pico che aveva tentato di sfuggire alla persecuzione riparando in Francia, riottenne la propria libertà e ritornò in Italia per stabilirsi a Firenze dove Marsilio Ficino lo accolse.
Censura del dibattito pubblico da parte delle autorità ecclesiastiche, condanna, fuga ed esilio del loro autore: tanti elementi sufficienti per fare di lui un eroe.
La metamorfosi  di Pico è più vistosa quando parla del rapporto che lega l'ordine naturale e quello soprannaturale.
Per il neoplatonismo, ogni evento (sia  celeste che terrestre) si trasmette per "risonanza simpatica" a tutti i livelli del reale che si influenzano reciprocamente e gli ordini celeste e terrestre, naturale e soprannaturale si fondono in una continuità tale che diventa impossibile trovare una distinzione.
È l'idea di quella continuità che Pico critica nelle sue Disputationes, affermando in uno dei suoi capitoli che:
"I miracoli divini non sono  causati dagli astri, ma gli avvenimenti miracolosi sono significati dagli avvenimenti miracolosi  così come le cose naturali sono indicate da altre cose naturali".
Deluso, non crede più che l'animo umano possa, "dal basso", unirsi al suo Principio grazie ad  un'ascesi intellettuale.
L'ordine della ragione non è l'ordine della fede, e non è possibile passare gradualmente dall'una all'altra. Legame con il passato, ma anche presagio dell'avvenire, in quanto vediamo già sorgere questo dualismo che prefigura quello di Cartesio.
Pico è un precursore della modernità.  
Gli ultimi anni.
Innocenzo VIII morì nel luglio del 1492 ed il suo successore Alessandro VI Borgia accordò a Pico l'assoluzione 
Fu la sola gioia dei suoi ultimi anni segnati da lutti dolorosi. L'8 aprile 1492, con la scomparsa di Lorenzo de Medici, Pico perse un protettore, un ammiratore intelligente e un mecenate disinteressato. Piero successe al Magnifico, ma mostrò di non avere ereditato le qualità paterne e ben presto Savonarola sollevò il popolo contro questo principe nel quale vedeva il simbolo della decadenza morale del suo tempo.
Pico fu testimone impotente del crollo del sogno mediceo e della decadenza della Repubblica Fiorentina. 

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Templari e Massoneria (Cliccate sull'Immagine)


SUNTO DELLA STORIA DELL'ORDINE

nel 1108 
Ugo di Paganis (Ugo de Pagani de Troisi - attuale Nocera Inferiore) e Goffredo di St-Omer, nativi dell'Alvernia, arrivarono in Terra Santa.

nel 1111 
Si unirono ad altri sette Gentiluomini il giorno della festa della Santa Trinità ed elessero Ugo di Paganis (Ugo de Pagani de Troisi - attuale Nocera Inferiore) come loro capo.
Loro scopo principale fu di proteggere i Pellegrini contro i Saraceni e di sacrificare tutto per difendere la Religione cristiana. I nove nobili cavalieri fondatori del nostro Ordine erano:

1° Ugo de Paganis; 
2° Goffredo di St-Omer; 
3° Guilbert Norfolk, Bretone; 
4° Filippo di St-Maur; 
5° Ildebrando Lavis de Scala, nobile Tedesco; 
6° Giacomo di Durfort-Duras, nobile Lionese; 
7° Martino di Rhodez; 
8° Guglielmo di Gamache, Catalano, 
9° Ugo, messere di Lusignano, Francese.

Al principio questi nove cavalieri erano erranti. Nel 1115 il Re Baldovino donò loro una casa all'interno del Tempio di Salomone.

nel 1119 
Il numero dei cavalieri dell'ordine era aumentato considerevolmente. Fra questi, Nicola di Paganis e Archambaud di St- Aman, la cui poverta' era tale che essi possedevano un solo cavallo bardato per entrambi.
È proprio per perpetuare il ricordo di tale circostanza che il sigillo dell'Ordine raffigura due cavalieri sullo stesso cavallo.

nel 1127 
L'ordine contava 27 cavalieri.

nel 1128 
L'ordine ricevette le regole ed il vestiario bianco senza croci al Sinodo di Troyes nella Sciampagna.

nel 1129 
Vennero formati tre Priorati, ciascuno composto da 27 cavalieri. Si decise di suddividerli in questo modo al fine di poter meglio proteggere le strade di Gerusalemme. I tre domicili, chiamati alloggiamenti dei Templari, erano situati, il primo a Gerusalemme, il secondo ad Aleppo, il terzo in Cesarea.
Si decise che i nove cavalieri avrebbero avuto un superiore. Al di sopra dei superiori fu nominato un Prefetto al quale gli altri prestavano obbedienza.

nel 1131 
Ugo di Paganis, Grande Maestro e fondatore dell'Ordine, fu ucciso nel corso di una battaglia contro gli Infedeli.

nel 1147 
Il papa Eugenio III, per distinguere l'Ordine dagli altri, ordinò ai cavalieri di portare una croce di velluto rossa e accordò ai Superiori il titolo di Commendatori.

nel 1152 
Lo stesso papa concesse al Grande Maestro di avere tutti i fratelli laici che desiderava e ordinò anche agli Armigeri (scudieri) di portare la croce sui loro abiti grigi.

nel 1157
Il papa consentì all'Ordine di possedere domini e Signorie in tutta la Cristianità, aumentò il numero delle case di tre in tre e poco dopo furono istituite le prime tre Province.

nel 1178 
Altre tre Province furono incorporate.

nel 1183
Altre tre. Il numero delle Province fu irrevocabilmente fissato a nove.

nel 1187 
Si combattè la battaglia di Tibérias e a causa del tradimento del conte di Tripoli, il re Lusignano, il grande maestro Biderfort e numerosi cavalieri furono fatti prigionieri. Alla fine di quell'anno i Saraceni conquistarono Gerusalemme.

nel 1190
Il 4 ottobre fu combattuta la sfortunata battaglia di Acon in cui il Grande Maestro, molti capi e cavalieri furono catturati. In quell'anno la residenza del Grande Maestro fu stabilita in Antiochia.

nel 1192 
Ad Acon, dove l'Ordine degli Ospitalieri si distingue per il soccorso prestato ai Cavalieri sofferenti.

nel 1217
Fu spostata in Cesarea. 
In quel periodo l'ordine dei Templari ebbe diverse controversie con l'Ordine di San Giovanni e l'Ordine degli Ospitalieri, a causa dei suoi possedimenti a Cipro.

nel 1229 
I Cristiani conquistarono Damietta dopo nove mesi di assedio durante i quali i Cavalieri dimostrarono tutto il loro valore.

nel 1286 
L'Ordine possedeva già 40.000 Commende nella Cristianità e le sue entrate furono calcolate in 2.000.000 scudi d'oro che in quel periodo rappresentavano una cifra enorme.
Un accrescimento delle ricchezze così rapido, che aumentava tutti i giorni, fu all'origine delle disgrazie dell'Ordine.
Tali ricchezze risvegliarono la cupidigia del papa Clemente V e del re di Francia Filippo IV, detto il Bello, i quali cercarono in tutti i modi di distruggere l'Ordine per appropriarsi dei suoi beni. L'occasione si presentò presto.
Due cavalieri, Seguin de Florian, ex Gran Commendatore di Montfaucon, deposto a causa della sua condotta infame, dapprima arrestato e poi rimesso in libertà; l'altro, Noffodeï della Provincia del Po e del Tevere, si recarono a Parigi per affari e parteciparono ad una insurrezione popolare.
Una volta di ritorno, Noffodeï fu punito dal suo Vicepriore e gli fu rifiutata una Commenda. Per questa ragione i due cavalieri decisero di vendicarsi. Si recarono nel Monferrato, residenza del Vicepriore, e da lì nella sua casa di campagna, nei pressi della città, e gli chiesero di potergli parlare in privato.
Il Vicepriore, Carlo di Montcarmel, di anni 81, accordò loro un colloquio e chiese loro cosa avessero di così urgente da comunicargli. Risposero, con un tono di rimprovero, che erano amareggiati per la loro esenzione nella nomina delle Commende. Senza indugio Noffodeï assestò un colpo alla testa del Vicepriore col suo martello di guerra, in uso in quel periodo.
Il Vicepriore volle chiedere aiuto e per riuscirci balzò per la porta ma ricevette da dietro un seconda botta che lo fece cadere per terra. Cercò di trascinarsi verso un'altra porta dove ricevette un terzo colpo sul capo che lo uccise all'istante.
Questa azione abominevole, compiuta verso sera, fece temere agli assassini di essere arrestati dai domestici del Vicepriore e per evitare tutto ciò, uscirono da una finestra che dava sul giardino, si gettarono il corpo del Vicepriore sulle spalle e poi lo trasportarono a pochi passi di distanza dietro un cespuglio, lo ricoprirono in gran fretta di sassi e sterpaglie e fuggirono in un lampo.
Ritornarono a Parigi dove denunciarono l'Ordine come artefice della sommossa popolare dell'anno precedente. Inoltre accusarono i membri dell'Ordine di crimini abominevoli; di sodomia, di essere blasfemi e di rinnegare Dio durante le loro cerimonie.
Ripeterono le stesse denunce a Roma dove furono condotti e prendendo a pretesto il fatto che i Templari svolgessero le loro funzioni e loro adunanze di notte e in segreto, furono creduti, o piuttosto si fece finta di credergli, per cogliere l'occasione di impossessarsi degli averi dell'Ordine.
Il papa accordò a questi traditori spergiuri un salvacondotto e convocò a comparire dinanzi a lui il Grande Maestro che in quel periodo combatteva a Cipro contro gli Infedeli.
Il Grande Maestro convinto della falsità e della malvagità di tali accuse non ebbe esitazioni ad obbedire.
Nel frattempo Noffodeï, forte del suo salvacondotto, osò farsi vedere apertamente a Monfalcone dove i Templari lo imprigionarono e lo strangolarono nel capitolo provinciale di Porto Libero, a Milano. 
Si colse l'occasione di processare l'Ordine senza altra formalità.

nel 1310
Il Grande Maestro, Giacomo Molay, fu per ordine del re e all'insaputa del papa, incatenato e incarcerato a Chàtelet a Parigi, sebbene avesse avuto l'onore di tenere a battesimo il primogenito del Re alcuni anni prima.
In seguito a ciò, su richiesta del papa Clemente V e del Re di Francia, tutti i cavalieri del Tempio furono arrestati.

nel 1313
Il Grande Maestro, il Gentiluomo Bourguignon, fu bruciato a fuoco lento dopo essere stato torturato. Soccombette in seguito a supplizi inauditi che egli sopportò con una fermezza incredibile e senza proferire una sola parola che avrebbe potuto incriminare l'ordine. Diversi cavalieri subirono la stessa sorte, patendo la morte più crudele e ignominiosa, senza riuscire a strappargli la minima dichiarazione sui segreti dell'ordine.

nel 1311 
Il 16 ottobre al concilio di Vienna si decretò di abolire completamente l'Ordine, nonostante solo quattro persone su trecento votanti fossero di questo avviso. Tutti i vescovi spagnoli, inglesi, scozzesi, irlandesi, tedeschi, danesi e italiani, ad eccezione di uno, tutti i francesi, tranne gli arcivescovi di Rheims, di Sens e di Rouen, si pronunciarono a favore della sopravvivenza dell'ordine.
Malgrado ciò, per provvisione e potenza apostolica, come fu dichiarato, fu deliberata la condanna dell'Ordine. Di conseguenza, quello stesso anno 59 cavalieri Templari furono giustiziati in un solo giorno. Coloro che avevano avuto la fortuna di eludere le persecuzioni fuggirono ben lontani dalla loro patria.
La maggior parte riparò nei paesi del nord: Svezia, Norvegia, Irlanda e Scozia, paese montagnoso e poco popolato in quel periodo.
Pietro D'Aumont, grande maestro provinciale d'Alvernia, fu costretto, con due commendatori e cinque cavalieri, ad abbandonare il suo paese, dopo essersi difeso con vigore nei numerosi castelli che appartenevano all'ordine.
Per non essere riconosciuti si travestirono da massoni e cambiarono nome; Aumont prese quello di Mac-Benac. Con questo travestimento abbandonarono la Francia senza problemi e dopo aver superato numerose difficoltà approdarono in Irlanda. Tuttavia non sentendosi al sicuro si rifugiarono nelle isole scozzesi, sempre travestiti da massoni.
In una di queste isole, chiamata Moll, situata ad ovest di questo regno, incontrarono un gentiluomo inglese, Georges Harris, grande commendatore di Hamptoncourt, che vi si era stabilito con alcuni fratelli.

nel 1312 
Il giorno della festa di San Giovanni organizzarono un Capitolo in cui decisero di continuare a professare i principi dell'Ordine costantemente, di conservarne i titoli fino a quando avrebbero potuto farli valere, in condizioni più favorevoli.
Aumont fu eletto Grande Maestro e sotto di lui l'ordine fu divulgato nelle sue forme esteriori, così come è oggi.
Furono scelti i nomi simbolici e stabilite le usanze dei massoni per preservare la memoria del travestimento di Aumont e dei suoi fratelli e della necessità nella quale si erano trovati ad esercitare il mestiere di massone per provvedere al loro sostentamento.

nel 1313
Aumont, già molto avanti con gli anni, non riuscì a reggere un'esistenza così faticosa e morì poco dopo aver ricostituito l'Ordine. Al suo posto fu eletto Georges Harris. Fu lui a permettere ai cavalieri di sposarsi, al fine di poter preservare e perpetuare l'ordine, poiché in quei tempi tragici, non si osava mai tentare di iniziare un uomo libero a meno che non gli vennissero affidate le conoscenze superiori col titolo di Maestro. Per più di 250 anni nessuno fu iniziato al rango di Maestro Scozzese, salvo nel caso di un figlio dell'Ordine, ed è solo da 150 anni che i segreti dell'Ordine sono stati svelati ai Maestri Scozzesi nati da genitori liberi.

Infine Harris concesse l'iniziazione agli uomini di tutte le classi sociali, civili o ecclesiastiche, ammettendo l'ingresso nell'ordine anche ai membri della Confessione greca.
Fu sempre Harris a creare il sigillo raffigurante una fenice col motto:
Perit ut vivat e che introdusse tutti gli altri motti. 

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MASSONERIA E RELIGIONI - ISLAM E MASSONERIA

      Carissimi,  
nell’affrontare questo difficile argomento, richiestomi da più parti, sono partito da alcune Letture d'Esoterismo tentando di mantenermi entro un livello consono all'Ordine, lasciandone l’approfondimento alle Camere del Rito. 
Come il mio fraterno amico Athos mi insegnava anni addietro, la simbologia del Tempio massonico può essere suddivisa secondo tre livelli di comprensione, rapportati ai tre livelli di evoluzione del Libero Muratore. 

Un primo livello, che sviluppa la conoscenza dell'Apprendista Introdotto, si basa sul riconoscimento del pavimento del Tempio e di quanto poggia, o si cela, in esso; un secondo livello, che riguarda  lo sviluppo del Compagno d'Arte, è inerente a tutto ciò che è mobile tra terra e cielo (tra pavimento e volta stellata); un terzo livello, infine, che completa l'istruzione del massone giunto alla Maestria, e che svela tutto ciò che è celato nella Volta Stellata del Tempio. 

Gli studi degli Apprendisti devono essere rivolti al primo livello di comprensione e, su tale piano, il Pavimento del Tempio rappresenta la struttura più importante dell'insegnamento.  

Sul Pavimento troviamo il Quadrilungo massonico che, con il suo alternarsi delle mattonelle bianche e nere (colori che ritroviamo nell'abbigliamento dell'apprendista) e con le sue dimensioni che ci pervengono dalla Geometria Sacra e dalla Scienza dell'Armonica, ricorda al neofita la Legge Mosaica o legge degli opposti; tale struttura geometrica non è altro che un labirinto (come ritroviamo in molte chiese cristiane) e, come osserva Oswald Wirth, "…racchiudente i simboli essenziali del grado di Apprendista, si tracciava una volta sul pavimento della Loggia, al momento dell'apertura dei lavori e ogni traccia veniva cancellata alla chiusura..." 
Tutti siamo a conoscenza del fatto che all'interno di noi alberga una scintilla divina definita da tutti Spirito e che tale particella di energia (o luce) discende nella materia per acquisire quelle determinate caratteristiche di consapevolezza in modo da tornare, al termine del viaggio, a quel bacino energetico che chiamiamo Creatore o G.A.D.U. Se è vero quanto detto, mi chiedo come mai giriamo come trottole nella ricerca di un qualcosa che è invece all'interno del nostro essere; ci riempiamo di pietre, amuleti, feticci o, peggio, corriamo dietro all'astrologia divinatoria, alla magia spiccia, alle gratificazioni materiali, ma non riflettiamo su un punto fondamentale e che, spesso, dimentichiamo: noi siamo la manifestazione sul piano fisico della Divinità. 

Ma come possiamo rapportarci con le Religioni ad iniziare dall’Oriente e dall’ISLAM ? (Tenendo presente che, in grado di apprendista, non possiamo parlare di Politica e/o di Religione). 

In Oriente non pare vi siano posizioni ufficiali delle diverse Religioni nei confronti della Massoneria. Esistono alcune Logge (per esempio a Goa in India) e cinque differenti Libri Sacri corrispondenti ad altrettante confessioni religiose lì rappresentate attraverso i loro membri Massoni, ossia, Cristiani, Musulmani, Ebrei, Buddisti e Scintoisti. 

Nei Paesi Arabi, ove il fondamentalismo islamico ha imposto la sua legge, la Massoneria è stata proibita e perseguitata in quanto identificata, in non pochi casi, col sionismo internazionale. Mentre in altri Paesi prevalentemente Musulmani i problemi sono minori, come la Turchia dove esistono 174 Logge ed oltre 13.000 Massoni.
L'Islam nasce in Arabia, anche se solo una minoranza di musulmani è araba, è tuttavia strettamente connesso a quella cultura. (cito da un lavoro del Fr. Franco Cenni). Uno dei motivi di tale legame è che il testo sacro dei musulmani, il Corano, è scritto in lingua araba. L'Islam è diffuso in vaste regioni d'Asia e d'Africa e ne fa parte circa un settimo della popolazione mondiale. E' dunque la seconda religione del mondo, dopo il Cristianesimo e in Europa, a causa delle grandi ondate migratorie, è la più diffusa delle religioni minori. 
La parola araba islam significa sottomissione o abbandono. L'uomo deve rimettersi completamente nelle mani di Dio e sottomettersi al suo volere in ogni settore o attività della vita. Solo così si può essere musulmani, parola araba con la stessa radice di islam. E questo presenta grandi rischi. 

Sugli Arabi la celebre Golda Meir disse:”O arabi, noi vi potremmo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri”.  

L'Islam non riguarda solamente la fede e la sfera religiosa, ma domina tutti i settori della vita privata e sociale e, nella storia dell'Islam, l'interpretazione della legge ha sempre occupato un ruolo preponderante. Nella maggioranza dei paesi Islamici, sono i giuristi a detenere la leadership religiosa, e non vi è una struttura clericale organizzata. Quello che era il regime talebano, fino a poco tempo fa, ne è l'eccezione che conferma la regola. Per cercare di capire l'Islam, dobbiamo prendere in considerazione tre aspetti: 

° la dottrina della fede (monoteismo e rivelazione); 
° i rapporti tra gli uomini (etica e politica). 
° i doveri religiosi (i cinque pilastri); 

1) Primo pilastro: accettazione di Dio (Allah)
2) Secondo pilastro: Ṣalāt, ovvero preghiera quotidiana (الصلاة)
3) Terzo pilastro: Zakat (الزكاة), ovvero elemosina legale (الصدقة)
4) Quarto pilastro: Sawm (الصوم), ovvero digiuno nel dì del mese di Ramadan
5) Quinto pilastro: Hajj, ovvero pellegrinaggio alla Mecca e ai suoi dintorni (الحج) nel mese di Dhu l-Hijja (ricordando che nel calendario Lunare il mese, da 29 giorni e mezzo, scorre). 

Alcuni musulmani, principalmente appartenenti alla setta kharigita, sostengono che esista un sesto pilastro dell'Islam, il Jihad, che letteralmente significa "sforzo interiore", ma della sua obbligatorietà si discute nella dottrina e nell'opinione pubblica. 
Naturalmente non pretenderemo di rispondere qui a domande, molto impegnative ma, tentare di circoscrivere l'ambito entro il quale le risposte possono essere cercate. 

1. Il potere e le energie come qualità del sacro. 

Il potere come qualità del sacro, è un fondamentale fenomeno religioso, connesso con le domande che ci siamo posti. Diverse culture assimilano il potere a una forza o energia attiva soprannaturale, impersonale e trasmissibile, detta mana. "E’ una potenza o una influenza non fisica che investe anche l'anima umana in un certo senso è soprannaturale, ma si rivela nella forza fisica o in tutte le forze e capacità possedute dall'uomo". Tale termine viene utilizzato dalle popolazioni della Polinesia e Melanesia, e più in generale, dalle varie religioni naturalistiche sotto nomi diversi: Orenda per gli Irokesi, Wafonda per i Sioux, Manitù per gli Algonchini, l'Oki per gli Uroni, Zemi per le popolazioni delle Antille ecc. 

Anche gli Eschimesi designano questa forza misteriosa come Sila. Un significato molto simile hanno la Hasina dei Malgasci, il Ngai dei Masai, il Dzo degli Ewe del Togo, il Ngrarong dei Daiacchi del Borneo, il Tondi dei Batacchi di Sumatra, ed infine, il Joja e il Bolyla degli Australiani. 

Da un vecchio scritto in proposito: "Forse è ... meglio parlare di un complesso di forze, di una sfera energetica o di un fluido energetico che, per cosi dire, costituiscono la materia prima, lo strato a partire dal quale le singole manifestazioni del sacro si riproducono incessantemente nella loro concreta molteplicità". "Tutti gli esseri viventi e non viventi, sono permeati e collegati da una forza misteriosa che si manifesta in forma diversa e che sta a disposizione degli iniziati che hanno il particolare incarico di trasmetterla". 

All'uomo è garantita la trasmissione della potenza, o forza, mediante dei riti appropriati. Le persone o gli oggetti che sono investiti da questa forza sono considerati sacri e su di essi grava un tabù. 

2. La dimensione simbolica 

Il termine simbolo deriva dal greco synballo (= mettere insieme), designante in origine le due metà di un oggetto che può essere ricomposto se esse vengono riavvicinate. La dimensione simbolica connette l'uomo alla realtà che lo circonda e lo fa avanzare nel suo cammino di penetrazione del mistero delle cose. La proprietà del simbolo, infatti, è quella di ricongiungere una realtà visibile con una invisibile in essa preannunciata. Il mondo visibile acquista un carattere di rimando, suggerisce ed evoca altre presenze e altri rapporti. Ma parlare di Dio o della realtà unicamente entro un contesto descrittivo-razionale, costituisce un impoverimento, oltre che una pretesa. 

3. L'Iniziazione e la Tradizione 

L'accesso al mistero comporta di sua natura un cammino articolato che chiamiamo iniziazione; e non potrebbe essere diversamente, poiché c'è bisogno di un percorso che riconduca l'uomo dalla superficie delle cose al punto originario da dove tutto proviene. Tra i riti di partecipazione vi è quello della preghiera, del sacrificio e della consacrazione. Quest'ultimo consente che particolari persone, luoghi e oggetti siano dedicati alla divinità. In ogni caso, che si tratti di iniziazione culturale, segreta o mistica, il soggetto viene immesso in un mysterion, il quale è un corpus sacrale o sociale ristretto. Mediante questo rito egli viene equipaggiato e fatto partecipe dei segreti, degli aspetti esoterici degli insegnamenti, delle tecniche e del modo di vita di quel gruppo particolare. 

In generale si è ammessi tra i partecipanti a un dato gruppo attraverso dei riti appropriati, che segnano il passaggio dell'individuo a membro effettivo della comunità. Si tratta di una vera e propria morte simbolica e della nascita a un livello e qualità superiori. Il rituale d'iniziazione, infatti, ha lo scopo di armonizzare l'individuo con il patrimonio culturale e spirituale che gli viene trasmesso. Chi non realizza in sé tale integrazione sembra destinato all'emarginazione. È come se l'iniziato si spogliasse di sé, mentre gli vengono progressivamente rivelati i segreti sui quali la comunità fonda la sua esistenza. 

Nelle religioni più istituzionalizzate non si dà solo la trasmissione di contenuti, ma si verifica anche una trasmissione spirituale da parte di chi accompagna e guida il processo di acquisizione personale dell'iniziando.  

4. La Successione iniziatica e la roccia o pietra. 

Connessa a quanto dicevamo sull'iniziazione e sulla Tradizione, è la cosiddetta successione iniziatica. Definita in India con il termine sanscrito parampara, dai tibetani abisheka, dagli ebrei shalsheleth, dagli arabi silsillah, in ambito cristiano cattolico e ortodosso si trova nella successione apostolica. La presenza dello stesso fenomeno sotto nomi diversi dimostra che l'uomo ha adottato nel corso della storia diversi modi di trasmettere gli eventi che fondano l'esperienza spirituale. 

5. Alcuni esempi di successione iniziatica presso alcune religioni.
Nell'induismo. 

In India, fin dal periodo vedico, si pratica una iniziazione o consacrazione, chiamata diksha (= desiderio di donare), la quale legittima ad operare nel sacro. L'iniziato diventa un consacrato mediante la trasmissione di influenze spirituali da parte del maestro, miranti alla sua moksha ( = liberazione). L'India conosce linee di maestri spirituali dei vari sentieri religiosi, che si potrebbero dire dinastiche. Viene trasmessa da un maestro all'altro non solo la dottrina esteriore, scritta o insegnata, ma anche la shakti, ossia l'energia spirituale, simile a un fuoco che si propaga da fiamma a fiamma. Questa operazione sacra, se così possiamo definirla, avviene mediante dei rituali e la pronuncia del mantra sacro, quella parola particolare consegnata all'adepto la quale può trasformarlo mediante la sua ripetizione continua. Per questo motivo, il mantra è considerato come una parola potente, in grado, cioè, di realizzare il suo significato. 

Nel buddhismo. 

Anche nel sentiero aperto dal Buddha (563 - 483 a.C.), la successione sacra viene definita diksha, intesa come trasmissione della stessa influenza spirituale, la shakti, emanata dalla illuminazione del suo fondatore. L'inserimento nella comunità monastica sangha, dei discepoli dell'Illuminato, avviene mediante un rito di aspersione di acqua abisheka e altri rituali vari. È importante che il monaco sia accompagnato per diversi anni da un anziano maestro, esperto nelle dottrina Abhidamma e nella meditazione Bhavana, che gli comunica l'esperienza spirituale. 

Nel Giudaismo. 

Fino al periodo della monarchia, Israele non conobbe un sacerdozio istituzionalizzato, ma affidò il ruolo di custodi delle cose sacre a uomini che erano in relazione con i santuari o con l'arca, di cui erano guardiani, sacerdoti o inservienti. Successivamente, al tempo di David, l'istituzione dell'ordine sacerdotale verrà regolata da norme più precise, che avranno carattere definitivo con Salomone, all'epoca della costruzione del Tempio (970-931 a. C.). Si costituì a quel tempo una gerarchia composta di leviti e sacerdoti con il Sommo Sacerdote al suo vertice. Mentre i leviti venivano consacrati con l'imposizione delle mani, i sacerdoti ricevevano l'unzione sul capo. Con la distruzione del Tempio ad opera di Tito nel 70 d. C. il sacerdozio cessò di esistere. 

Nell'Islamismo. 

Dal punto di vista ufficiale, nell'Islam, non vi è una vera e propria trasmissione dei poteri sacri, né possiede un sacerdozio istituzionalizzato. L'autorità religiosa e politica dei califfi  emana dalla parentela carnale con il profeta Maometto. Tuttavia esiste in seno all'Islam un segno di riconoscimento che viene dato al fedele. Di questo segno, si dice che non abbia origine umana, in quanto sarebbe stato dato al profeta Maometto dall'arcangelo Gabriele. Questo segno sarebbe raffigurato da una fiamma di fuoco che si sprigiona dalla fronte di Maometto. Da questa fiamma fluirebbero i poteri carismatici e profetici dell'inviato di Dio. Questa trasmissione, non accettata dall'Islam ortodosso, è praticata in circoli e ambienti eterodossi. Certo è che, anche se dal punto di vista essoterico non si può parlare di una successione iniziatica vera e propria all'interno di questa religione, si può parlare, invece, di una energia bàrakah, fluida e benefica, che emana dai santi, dai discendenti di Alì e di Fatimah e dai reduci pellegrini provenienti dalla Mecca, poiché quel luogo sacro è ritenuto colmo di bàrakah. Accanto all'insegnamento essoterico, la esh shariah, la strada maestra aperta a tutti, l'Islam conosce anche el haquiqah, la verità interiore riservata a chi ha la capacità e le qualificazioni necessarie per arrivare a conoscerla. La seconda via viene concepita come il nocciolo e la prima come la scorza del medesimo insegnamento. Il percorso che dalla shariah essoterica conduce all'esoterica haquiquah viene denominato tariquah, cioè via o sentiero. 

Percorrono tale sentiero i Sufi, i folli di Dio. L'origine etimologica del termine sufi è controversa. Per la maggior parte degli studiosi, il termine deriverebbe da suf, la lana bianca di cui si servivano monaci ed eremiti cristiani. Da tale parola deriverebbero altre voci: tasaw waf (= mercante di lana); sufi (= colui che veste il mantello di lana, quindi: santone, asceta, mistico). Radicali paralleli sono sassa (= allineare, formare quadrati) o saffun (= ordine, serie, rango). Facendo una sintesi di tali definizioni, potremmo dire che il sufi è colui che esternamente dà segno, vestendosi di lana, di un ordinamento interiore rivolto completamente alla divinità. 
Guénon propone un'altra etimologia: colui che conosce attraverso Dio. I sufi sono considerati i detentori della vera sapienza delle cose divine. Tra di essi esiste una catena di trasmissione dell'influenza spirituale, la silsillah, (= catena), in mancanza della quale non si da iniziazione al sufismo. L'origine di questa catena si fa risalire direttamente al Profeta. 

Nel Cattolicesimo. 

In linea di principio (dopo il non essere più scomunicati) questo è un cammino non dissimile da quello cristiano, basato anch'esso solo sui meriti personali. Ciò a dire, senza possibilità “d'intercessione” d'un terzo elemento umano, se non quello spirituale ed interiore. 
E in questo, si può riscontrare una similitudine con il principio meritocratico postulato nel tema del Karma (e Dharma) dei Fratelli d'Oriente. Ma proprio nel concetto d'intercessione umana, si pone la diversità tra cristianesimo e cattolicesimo. Il cristianesimo non ha mai posto in postulato una gerarchia umana, tanto meno infallibile. L'officiante è primus inter pares cioè, primo uguale tra eguali, fratello e sorella tra fratelli e sorelle, figlio tra figli e figlie. Non dissimile da questa risulta essere la proposizione orientale che dice: siamo tutti divini (figli dello stesso Dio), la differenza sta tra chi ha coscienza di esserlo e quanti ancora non lo ricordano. Il cattolicesimo, a differenza del cristianesimo, non verte su un Principio (in questo caso l'Amore rappresentato da Dio) ma su un uomo: un regnante infallibile, posto da altri uomini al vertice di una gerarchia rappresentativa della divinità. 

il Principio iniziatico che la Massoneria ha posto in termine volutamente impersonale come: 
il Grande Architetto dell'Universo, è un Principio di Amore e Fratellanza che accomuna, accetta ed accoglie nel proprio seno ogni diversità, senza moti d'intolleranza. Tanto da rendersi compatibile con ogni forma di credo che sia altrettanto amorevole, aperto e tollerante. 

Da ciò che abbiamo detto fin qui possiamo trarre alcune considerazioni su Tradizione e iniziazione: 

1. L'iniziazione avviene attraverso una trasmissione, sia nell'ambito visibile (attraverso riti, insegnamenti e rivelazioni) che in quello invisibile. Nell'ambito invisibile si tratta della trasmissione di una influenza sottile destinata a trasformare chi viene iniziato e ad ampliare le sue percezioni. 

2. Sembra che si possa parlare di "collegamento a una Tradizione" solo se questa iniziazione avviene attraverso una catena ininterrotta nel tempo, che si possa ricondurre direttamente a chi ha istituito quella Tradizione. 

3. Nella tradizione cristiana l'aspetto dell'iniziazione inerente alla trasmissione sottile di una influenza spirituale è la dimensione centrale. Se si può parlare di iniziazione cristiana, è solo in questo contesto. 

Le domande che le nostre riflessioni sollevano sono più numerose delle possibili risposte: Come si può essere sicuri che, in una data Tradizione, ad esempio nel cristianesimo o nella massoneria, la trasmissione abbia effettiva validità, che nel corso dei secoli "l'influenza sottile" che viene trasmessa nelle iniziazioni non abbia perso ogni realtà? La distruzione dei cavalieri Templari, nel caso del cristianesimo, e i secoli di "occultamento" che separano la massoneria operativa dei costruttori di cattedrali dalla massoneria speculativa rinata nel XVIII secolo, nel caso della massoneria, potrebbero essere state delle interruzioni fatali per la catena iniziatica. 

E come occuparsi di una materia così sfuggente, che non può cadere sotto il dominio della scienza, non essendo soggetta a misura né a calcolo, non essendo osservabile con i cinque sensi, potendo occuparsene per definizione solo chi è già stato iniziato? 

Come considerare i molteplici movimenti che vanno sotto il nome di New Age e pretendono di sottoporre ai propri affiliati autentiche iniziazioni? E come considerare le numerose società segrete nate da un giorno all'altro alla fine del XIX secolo, ad opera di volenterosi "iniziati"? 

Rispondere a queste domande non è compito di un articolo, ma di una vita intera. 
                                                 Ricerca di Giancarlo Bertollini
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