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Un pochino di Filosofia col ricordo di Cicerone

La filosofia antica ha gettato le basi del pensiero occidentale, evolvendosi dalla ricerca della verita naturale e cosmologica nella Grecia classica fino all'applicazione pratica, morale e politica nel mondo romano. 

Ecco una sintesi. 

🏛️ I Grandi Maestri della Grecia Classica

Il pensiero greco tocca il suo apice ad Atene tra il V e il IV secolo a.C., spostando l'attenzione dal cosmo all'essere umano, alla politica e alla conoscenza. 

* Socrate (469–399 a.C.)

• Nucleo del pensiero: Non ha lasciato scritti; il suo metodo si basava sul dialogo, sull'ironia e sulla maieutica (l'arte di "partorire" la verità dall'interno dell'interlocutore). Celebre per la frase "So di non sapere", ha posto la virtù e la conoscenza di se stessi al centro della filosofia. 

* Platone (428–348 a.C.)

• Nucleo del pensiero: Allievo di Socrate, ha fondato l'Accademia. È celebre per la Teoria delle Idee, secondo cui il mondo sensibile è solo una copia imperfetta di un mondo superiore e perfetto (l'Iperuranio). Ha teorizzato lo Stato ideale governato dai filosofi nella sua opera La Repubblica. 

* Aristotele (384–322 a.C.)

• Nucleo del pensiero: Allievo di Platone e precettore di Alessandro Magno, ha fondato il Liceo. È il filosofo della sistematicità e dell'osservazione empirica. Ha gettato le basi della logica, della metafisica, della biologia e dell'etica, definendo l'uomo come un "animale politico" che aspira alla felicità attraverso la virtù dell'equilibrio (il giusto mezzo). 

🍂 Le Scuole Ellenistiche (Grecia e Roma)

Dopo la morte di Alessandro Magno, la filosofia diventa una guida per la vita quotidiana, cercando di garantire all'individuo la pace interiore (atarassia) in un mondo instabile. Queste correnti nascono in Grecia ma spopolano a Roma. 

* Epicuro (341–270 a.C.) - Epicureismo

• Nucleo del pensiero: Identifica la felicità nel piacere, inteso non come eccesso, ma come assenza di dolore fisico (aponia) e turbamento dell'anima (atarassia). Famoso il suo "quadrifarmaco" per liberare l'uomo dalla paura degli dei, della morte, del dolore e del fallimento. 

* Zenone di Cizio (334–262 a.C.) - Stoicismo

• Nucleo del pensiero: Fondatore dello stoicismo ad Atene. Sostiene che l'universo sia guidato da un ordine razionale (Logos) e che l'uomo debba vivere in armonia con la natura, dominando le passioni attraverso la ragione per raggiungere l'imperturbabilità. 

🏛️ La Filosofia nel Mondo Romano

I Romani assorbono la filosofia greca ma la declinano in chiave estremamente pratica, politica ed eclettica, prediligendo lo stoicismo per la sua vicinanza ai valori tradizionali romani (dovere, fermezza, moralità). 

* Cicerone (106–43 a.C.)

• Nucleo del pensiero: Più che un filosofo teorico, è stato un divulgatore ed eclettico. Ha introdotto il vocabolario filosofico greco nella lingua latina. Ha unito la filosofia alla retorica e alla politica, difendendo la Repubblica e i doveri del cittadino verso lo Stato. 

* Seneca (4 a.C.–65 d.C.) - Stoicismo Romano

• Nucleo del pensiero: Consigliere dell'imperatore Nerone, incentra la sua filosofia sull'etica pratica, sul valore del tempo, sulla preparazione alla morte e sul controllo delle passioni. Nelle sue Lettere a Lucilio propone una costante auto-analisi per migliorare se stessi. 

* Epitteto (50–135 d.C.) - Stoicismo Romano

• Nucleo del pensiero: Ex schiavo di origine greca che visse e insegnò a Roma. La sua filosofia si basa sulla netta distinzione tra ciò che dipende da noi (i nostri pensieri, desideri e giudizi) e ciò che non dipende da noi (corpo, ricchezza, reputazione). La libertà coincide con l'accettazione serena di ciò che non si può controllare. 

* Marco Aurelio (121–180 d.C.) – 

Lo Stoico sul Trono

• Nucleo del pensiero: Imperatore romano e filosofo. Scrisse i suoi pensieri (raccolti nei Colloqui con se stesso) come diario intimo durante le campagne militari. Riflette sulla caducità della vita, sul dovere morale del governante e sul rifugio interiore dell'anima di fronte alle avversità del mondo. 

Nelle sue opere politiche più celebri, scritte sul modello platonico (ma con un approccio molto più concreto e romano), Cicerone teorizza la struttura dello Stato perfetto: 

* De Re Publica (Sulla Repubblica): 

Sostiene che la costituzione della Repubblica romana sia la migliore possibile perché combina perfettamente le tre forme di governo classiche: monarchia (i Consoli), aristocrazia (il Senato) e democrazia (i Comizi popolari).

* Il Sogno di Scipione: La parte finale del De Re Publica assume un tono mistico. Cicerone immagina che le anime dei grandi statisti e protettori della patria, dopo la morte, ricevano in premio l'immortalità e una dimora eterna nella Via Lattea.

* De Legibus (Sulle Leggi): 

Teorizza l'esistenza di una Legge Naturale universale, eterna e razionale, che precede qualsiasi legge scritta dagli uomini. Una legge umana, per essere giusta, deve conformarsi a questa giustizia naturale.

4. La Vecchiaia e l'Amicizia

Nelle fasi più buie della sua vita, quando viene estromesso dalla politica a causa dell'ascesa di Giulio Cesare, Cicerone scrive dei brevi trattati capolavoro dal tono intimo e consolatorio:

Cato Maior de Senectute (Catone il Vecchio sulla vecchiaia): 

Una difesa della terza età, vista non come un declino, ma come il momento della saggezza, dell'autorità morale (auctoritas) e del meritato riposo dopo una vita di impegni.

Laelius de Amicitia (Lelio sull'amicizia): 

Definisce l'amicizia come la cosa più bella dopo la virtù. Per Cicerone, la vera amicizia può nascere solo tra persone virtuose e non può basarsi sull'interesse materiale, ma sulla comunione dei valori e sul bene reciproco.

La tragica fine di Cicerone, avvenuta il 7 dicembre del 43 a.C., segna simbolicamente la morte stessa della Repubblica Romana.

Ecco la sintesi drammatica degli eventi che portarono alla sua esecuzione:

Il motivo: Lo scontro con Marco Antonio

Dopo l'assassinio di Giulio Cesare, Cicerone cercò disperatamente di salvare la Repubblica. Individuò in Marco Antonio il nuovo potenziale tiranno e lo attaccò frontalmente con 14 violentissimi discorsi politici, le Filippiche. In queste orazioni, Cicerone demolì Antonio sia come politico che come uomo, definendolo un bruto e un nemico dello Stato.

La condanna: Le liste di proscrizione

Nel 43 a.C., Marco Antonio, Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) e Lepido si allearono nel Secondo Triumvirato. Per eliminare gli oppositori e finanziare le proprie armate, i tre compilarono le liste di proscrizione: elenchi di cittadini condannati a morte i cui beni venivano confiscati. Antonio pose una condizione non negoziabile per l'accordo: il primo nome della lista doveva essere quello di Cicerone. Ottaviano, che pure era stato difeso dall'oratore, cedette al baratto politico.

L'agguato a Formia

Cicerone tentò una fuga disperata verso la Grecia partendo dalla sua villa di Formia. Tuttavia, il mal tempo e la stanchezza lo costrinsero a fermarsi. Mentre i suoi schiavi lo trasportavano in lettiga verso il mare nel tentativo di rimettersi in viaggio, i sicari inviati da Antonio lo intercettarono.

Cicerone dimostrò una dignità stoica: ordinò ai suoi servitori di non combattere e di posare le armi. Sporse la testa dalla lettiga, guardò negli occhi il centurione Erennio e disse: 

"Non c'è niente di giusto in quello che fai, soldato, ma cerca di uccidermi correttamente". Il militare gli tagliò la gola.

L'oltraggio finale ai Rostri

Per ordine di Marco Antonio, a Cicerone furono tagliate anche le mani, colpevoli di aver scritto le Filippiche. La testa e le mani del filosofo vennero portate a Roma e inchiodate sui Rostri, la tribuna del Foro Romano da cui Cicerone aveva incantato il popolo per decenni.

Le fonti storiche tramandano un dettaglio macabro: 

Fulvia, moglie di Marco Antonio (e vedova di Clodio, acerrimo nemico di Cicerone), prese la testa mozzata, vi sputò sopra e le trafisse la lingua con una spilla d'oro, per vendicarsi un'ultima volta dell'eloquenza dell'oratore che aveva osato sfidare il marito. 

Ricerca Storica di Giancarlo Bertollini

 www.aeses.it

I CELTI

I Celti, chiamati Galli dai Romani e Galati dai Greci, erano un insieme di popoli, che verso il 2000 a.C. si mossero dalla Germania meridionale tra il Reno e il Danubio per penetrare in Gallia (corrispondente ai territori attuali di Francia e Belgio) e in Inghilterra.
A partire dal VI secolo a.C., i Celti si mossero in più direzioni: verso Occidente, fino  in Spagna (nella Galizia che ne ricorda il nome) dove si fusero con le tribù locali degli Iberi, dando origine ai Celtiberi; verso Oriente, nei Balcani e in Asia Minore; verso Sud, in Italia, giunsero tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C. e si stanziarono in Piemonte, Lombardia, Emilia e Marche.
Dei Celti hanno raccontato: 
Cesare, Erodoto, Livio, Polibio, Tacito ed altri.
Il De bello gallico di Cesare è senz’altro un documento di fondamentale importanza per la conoscenza del mondo celtico. 
Unita alle testimonianze archeologiche e a fonti letterarie più tarde, quest’opera consente di ricostruire gli aspetti principali della cultura celtica. Secondo la terminologia di Cesare, gli insediamenti dei Celti si distinguevano  in oppida (città), vici (villaggi) ed aedificia privata (singole fattorie). 
Questa classificazione è stata confermata 
dalle indagini archeologiche.
Gli oppida erano centri amministrativi, luoghi di mercato, sedi di santuari. Gli abitanti vi svolgevano anche attività artigianale, la cui alta qualità è attestata da numerosi ritrovamenti di attrezzi agricoli, armi, stoviglie di metallo, legno e ceramica, finimenti di cavalli e di carri, gioielli, bilance. 
Questa produzione non serviva soltanto al fabbisogno locale e alimentava un commercio a largo raggio che si svolgeva via terra e lungo i fiumi.
L’economia di scambio si basava anche sull’uso della moneta. I primi a introdurre monete nel mondo celtico erano stati i numerosi mercenari che avevano militato negli eserciti ellenistici. Le prime monete celtiche sono appunto imitazioni di esemplari ellenistici. Successivamente si sviluppò una monetazione originale, della quale sono rimasti numerosi esemplari d’oro e d’argento. 
Le città erano divise in quartieri e avevano strade e piazze ben allineate. Spesso le città avevano un’acropoli fortificata che occupava il luogo più alto ed era la sede dei governanti.
L’agricoltura celtica si basava soprattutto sui cereali e sugli ortaggi. La viticoltura fu introdotta dai Romani ed ebbe nei secoli successivi uno straordinario sviluppo.
L’allevamento era una risorsa molto importante. Le specie maggiormente diffuse erano i suini, allevati per la carne, i bovini, impiegati soprattutto per il traino e per la produzione del latte, gli ovini, gli equini, il pollame. 
In tutte le comunità celtiche, il potere politico era nelle mani di coloro che Cesare chiama i prìncipi, quello religioso nelle mani dei Druidi 
Al di sotto di queste due categorie sociali c’erano gli uomini liberi, ossia quanti si guadagnavano da vivere lavorando e che spesso possedevano terre e bestiame, e gli schiavi, per lo più prigionieri di guerra, privi di qualsiasi diritto e impiegati in lavori pesanti e umili. 
I prìncipi erano nobili guerrieri, che non svolgevano nessuna attività lavorativa; eleggevano dai loro ranghi un magistrato che per un intero anno deteneva il governo della città, coadiuvato da un consiglio di anziani.
I Druidi godevano di privilegi importanti. Unici intermediari tra il mondo degli dèi e quello degli uomini, celebravano i riti, compivano i sacrifici (anche umani), interpretavano i presagi.
La loro formazione durava molto a lungo: essi dovevano infatti dedicare una ventina d’anni all’apprendimento mnemonico dei testi sacri, che la religione celtica vietava di riprodurre in forma scritta. Proprio per questo le conoscenze della religione celtica sono molto ridotte. La testimonianza più diretta dell’universo spirituale dei Celti proviene dalle loro opere d’arte. 
Purtroppo però si tratta soltanto di immagini anonime, perché, a differenza dei Greci, degli Etruschi e dei Romani, i Celti non utilizzavano la scrittura per identificare le divinità rappresentate. 
Come tutte le religioni politeistiche dell’antichità, anche quella celtica era un insieme composito di divinità derivate dalle antiche tradizioni o provenienti da altre culture. Le divinità principali erano Lugh, «il Luminso», che amava il giavellotto e la fionda; Taranis, il dio del fulmine, che i Romani assimilavano a Giove; Esus, «il Buono», seconda divinità per importanza del pantheon celtico; Teutates, il dio della guerra.

Il disegno riproduce una tipica abitazione celtica risalente al 300 a.C. circa: una capanna rotonda costituita da una struttura di legno sormontata da un tetto conico in paglia. Le pareti erano formate da una cannicciata ricoperta su entrambi i lati da uno strato di argilla e gesso. All’interno dell’abitazione le donne svolgevano le loro mansioni. C’era il telaio verticale per tessere; per cucinare, le donne disponevano sia del fuoco, che serviva anche per riscaldare l’ambiente, sia di un forno a cupola di argilla. Nonostante la sua semplicità, questo tipo di abitazione era particolarmente robusto, tanto da resistere ai rigidi climi invernali del Nord Europa. 

                                           

Ricerca di Giancarlo Bertollini

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